Sicurezza
Tamponò e ferì 5 persone, processato un trentenne: «Ubriaco e senza patente»
Uno degli occupanti dell’utilitaria finì in coma. Dopo lo schianto disse che alla guida dell’Audi c’era la sua convivente
Ai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Follonica, disse che al volante dell’Audi A 6 che finì contro Toyota Yaris sulla quale viaggiavano due amici, Fabio Barbieri, 54 anni, e Alessandro Vannini, 62 anni, guidava la sua compagna.
La donna, Margareta Bighiu, 27 anni era stata portata via con l’ambulanza del 118: anche lei era rimasta ferita, insieme ai due uomini e insieme a Alessandra Poloni, anche lei piombinese di 39 anni e a Mirko Motta, 49 anni piombinese. Non era vero: al volante dell’Audi A6 c’era un trentenne originario della Macedonia, Musadin Ibraimi, residente a Campiglia Marittima.
Il 4 maggio 2017 stava viaggiando lungo la Vecchia Aurelia, intorno alle 21,30. Avevano appena superato l’incrocio di Pratoranieri: Barbieri e Vannini stavano tornando verso Piombino, dopo una giornata passata al mare. Davanti a loro, viaggiavano altri due amici con la propria auto. Dopo una decina di minuti, passato l’incrocio, si erano accorti di non avere più dietro di loro i fari della Yaris. Preoccupati, erano tornati indietro e lì, sotto i loro occhi, si era spalancata la voragine della disperazione e della tragedia: i loro amici erano rimasti feriti. Erano stati travolti da un’Audi A6 che viaggiava nella loro stessa direzione. Ma parlavano, ed erano riusciti - anche se con frasi a metà - a spiegare cosa fosse successo. Un dramma di lamiere e stridio di pneumatici sull’asfalto. Fabio Barbieri fu portato in coma farmacologico all’ospedale Cisanello di Pisa dove era arrivato a bordo di Pegaso. Gli altri erano stati portati tutti all’ospedale di Grosseto.
I carabinieri del norm di Follonica erano intervenuti subito per ricostruire la dinamica dell’incidente. L’Audi A6 era finita addosso alla Yaris, scaraventandola fuori strada.
Ibraimi era al volante dell’auto: sottoposto all’alcoltest, il risultato fu subito chiaro. L’uomo aveva un tasso alcolemico di 1,95 grammi per litro e stava guidando dopo che dal mese di febbraio la prefettura di Livorno gli aveva notificato la sospensione della patente: il mese prima, il trentenne era stato fermato e sorpreso con un tasso alcoli 2,04 grammi per litro. Non poteva quindi guidare, ma si era messo lo stesso al volante della sua auto, lanciata a folle velocità sulla Vecchia Aurelia. Lì, il limite è di 50 chilometri all’ora, ma la velocità rilevata era di 131, 90.
Il trentenne aveva cominciato a sbandare, superando la riga di mezzeria della strada, poi aveva percorso un tratto con le ruote di sinistra nell’isola di canalizzazione accanto alle corsie di marcia, sulla quale non si può viaggiare e aveva sorpassato in un tratto in cui non avrebbe potuto farlo. Inoltre, non aveva rispettato la distanza di sicurezza dalla Toyota Yaris sulla quale viaggiavano i due amici piombinesi. Gli era finito addosso, con la sua Audi. Era buio e stava piovendo quando l’auto grigia sulla quale viaggiava Ibraimi, difeso dall’avvocato Sara Catocci, tamponò una Yaris nera con due uomini: dopo lo schianto la Yaris finì nel campo accanto alla carreggiata per poi rientrare sull’asfalto e fermarsi; l’Audi invece schizzò dalla parte opposta battendo contro un cartello stradale per finire in fossa contro un muro.
Un incidente terribile: l’uomo, ai carabinieri, disse che alla guida dell’auto impazzita c’era la sua convivente, incolpandola. Commettendo, oltre al reato di guida in stato di ebbrezza e di guida senza patente, anche il reato di calunnia.
Il giudice per le indagini preliminari Marco Mezzaluna ha rinviato il trentenne a giudizio e ora, al tribunale di Grosseto, è in corso il processo.
Una delle persone rimaste ferite nell’incidente aveva chiesto di costituirsi parte civile ma il giudice Marco Bilisari ha deciso di estromettere dal processo la parte civile.
Il viceprocuratore onorario Pamela Di Guglielmo, durante la prossima udienza, ascolterà altri testimoni prima di arrivare alla chiusura del processo. —
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