Il Tirreno

Grosseto

IL CASO 

Vuole andare in carcere Con l’estintore spacca vetrata della Questura

F.G.
Vuole andare in carcere Con l’estintore spacca vetrata della Questura

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grosseto. «In carcere sto bene, posso lavorare due ore al giorno, arrestatemi»: in galera però, Gaetano Sangermano, 68 anni originario di Napoli, non c’è finito. Ma in tribunale, si è beccato una condanna a due anni di reclusione e al pagamento delle spese di processo. Il vice procuratore onorario Alessandro Bonasera aveva chiesto una pena più lieve, a otto mesi mentre il suo difensore, l’avvocato Maria Cristina Sanfelici aveva chiesto l’assoluzione o, in caso di condanna, l’esclusione della circostanza aggravante dei futili motivi e il minimo della pena. Aggravante che invece è stata contestata dal giudice Adolfo Di Zenzo che ha rilevato come la spiegazione data dall’uomo, fosse, appunto “futile”.

Tutto è successo il 16 marzo del 2016, quando Sangermano fu visto da un assistente capo della polizia aggirarsi in Questura. Il sessantottenne si era presentato nel palazzo che si affaccia su piazza Carnicelli per chiedere di essere arrestato. Il poliziotto, stupito di una simile richiesta, aveva chiesto all’uomo spiegazioni. «Nel carcere di Grosseto si stava bene - ha detto - lì troverei una situazione di comodo e potrei lavorare due ore». Il poliziotto, ovviamente, aveva dovuto dire no a quella richiesta e Sangermano, per tutta risposta davanti a quel rifiuto prese un estintore e lo scaraventò contro una vetrata della Questura, infrangendola.

Il sessantottenne però, anche con quel gesto, non era riuscito ad ottenere ciò che era andato a chiedere in questura, ovvero di essere portato in via Saffi. Nei suoi confronti infatti, era scattata una denuncia per danneggiamento, reato, questo, che ovviamente non prevede l’arresto.

L’uomo, che aveva già avuto qualche noia con la giustizia, è stato quindi processato. In tribunale sono state presentate le fotografie della vetrata danneggiata dal sessantottenne dopo averla colpita con l’estintore. Lui non ha fornito al tribunale alcun elemento che servisse a confutare la credibilità del poliziotto che è stato sentito come testimone: per questo, il processo si è concluso con una condanna a due anni di reclusione e al pagamento delle spese processuali. — F.G.

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