Il Tirreno

Grosseto

Le persone down e l’attività sportiva «Evitare le discriminazioni è possibile»

MASSIMILIANO FRASCINO
Le persone down e l’attività sportiva «Evitare le discriminazioni è possibile»

Sara Restante, presidente di Aipd, parla delle situazioni di cui talvolta possono rimanere vittime i disabili 

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LA RIFLESSIONE

MASSIMILIANO

FRASCINO

Nel rapporto tra la persona con disabilità e il resto del mondo c’è sempre un confine invisibile ma sostanziale. Un crinale scivolando dal quale si può cadere dalla parte della commiserazione. Oppure da quella dell’esclusione.

Due modi uguali e contrari d’essere emarginati. Vale in modo particolare per le persone con una disabilità psichica, intellettiva o relazionale.

A conoscere bene questo stato d’animo di perenne incertezza sono soprattutto i genitori che guardano crescere i propri figli. Sara Restante ne è doppiamente consapevole, come mamma di una ragazzina con sindrome di Down. E come presidente della sezione grossetana dell’Aipd (associazione italiana persone down), terminale di tante tensioni, irrequietezze e preoccupazioni.

«La frequentazione di attività sportive da parte dei nostri figli – spiega – è uno dei motivi di ansia, perché in buona parte dei casi finiscono per subire una discriminazione che li umilia. Ed ogni volta la viviamo come una coltellata al cuore. Cosa che succede anche in buona fede, ma che produce inevitabilmente frustrazione ed emarginazione sociale. Mi è capitato personalmente, e molti genitori mi hanno segnalato lo stesso tipo di episodi, che mia figlia sia stata in qualche modo messa da parte semplicemente perché si dà per scontato che una bambina (o un bambino) disabile non è in grado di raggiungere certi obiettivi. Situazione nella quale è molto labile il confine tra l’emarginazione e il pretesto della tutela della persona con disabilità».

Il meccanismo della discriminazione di fatto, a prescindere dal tipo di sport, è sempre lo stesso. «Si manifesta – spiega Sara - con un evidente imbarazzo da parte degli istruttori di fronte alla richiesta di inserire nell’attività un bambino con disabilità. Con la richiesta di un certificato d’invalidità. Segue il tentativo di limitare l’attività sportiva ad un ambito nel quale il bimbo o la bimba disabili stanno insieme ad altri coetanei con le stesse caratteristiche. Spesso ai genitori, quasi sempre alle mamme, viene chiesto di rimanere a bordo campo per intervenire nel caso ci siano “problemi”. Tutto questo è comprensibile, perché le conoscenze rispetto ai problemi associati alle diverse disabilità non sono diffuse, ma non è a mio parere giustificabile. Perché basterebbe davvero poco per superare problemi e incomprensioni, senza dare l’impressione di voler evitare complicazioni. In questo quadro, a volte, ci sono anche responsabilità dei genitori che hanno la pretesa di buttare nella mischia il proprio figlio disabile senza precauzioni di alcun tipo».

Il problema di fondo, secondo il punto di vista di Sara, sia come mamma che in veste di presidente di un’associazione, è prevalentemente di natura culturale. «Quello che più mi preme – spiega – è dare un messaggio positivo, per far capire che con buona volontà e cooperazione fra famiglie e istruttori, si possono ovviare i problemi e garantire pari opportunità a tutte le persone con disabilità psichica, intellettiva e relazionale. A maggior ragione nella fascia d’età che arriva fino alla prima adolescenza, quando non c’è l’ansia della prestazione agonistica e prevale la libertà del gioco rispetto all’obiettivo del risultato sportivo. Credo peraltro che quello della esasperazione della competitività nello sport, sia un problema che non riguarda solo bambini e adolescenti disabili, ma tutti quelli che per un motivo o per l’altro non sono in grado di raggiungere certi risultati».

Che lo sport, per quanto in modo parziale, sia un buon veicolo di integrazione e motivazione nella crescita equilibrata di un bimbo disabile, Sara lo ha vissuto sulla propria pelle. «Devo dire di non aver avuto solo esperienze frustranti. Mia figlia Ginevra, ad esempio, ha trovato un ambiente splendido e inclusivo come la scuola di danza diretta da Samantha Ferretti. Che la ha sempre trattata alla stregua delle altre bambine, pur avendo la certezza che non avrebbe potuto raggiungere certi obiettivi. Ma dimostrando di sapere quanto ciò che contasse veramente fosse il valore didattico del percorso fatto da mia figlia con le sue coetanee, rispetto alla prestazione in sé stessa. Se questo meccanismo d’inclusione nelle società sportive non funziona bene, il rischio nelle attività extrascolastiche, non solo sportive, è quello di confinare le persone con disabilità in contesti dove la prevalenza delle persone sono disabili esse stesse. So perfettamente che quello di cui parlo è un obiettivo difficile da raggiungere. Ma lo dico consapevole di quanto, soprattutto nella fase dello sviluppo che si conclude con l’adolescenza, sia importante per ragazzine e ragazzini disabili avere uno scambio di esperienze condivise con i propri compagni di gioco». —



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