Muore Lidia, 104 anni: «Avrei voluto vivere ancora»
Donna straordinaria, rappresentò sull’Amiata quella fetta di popolazione contadina e bracciantile, dotata di caparbietà e forza di sacrificio
ADDIO
Muore a 104 anni, ma era ancora assetata di vita. «Per me è arrivato il momento. Mi sarebbe piaciuto vivere ancora. Mi rincresce, ma pazienza».
Così Lidia Abelli, nata il 2 ottobre 1915 a Poggio del Pifferaio a Selva di Santa Fiora, a 104 anni ha salutato per sempre la figlia Giuliana che l’ha tenuta con sé per otto anni, facendole sentire tutto il suo calore nell’ultimissima parte di una vita vissuta all’insegna dell’impegno, della fatica e dell’intraprendenza.
Appartenuta a una famiglia di contadini, pastori, mietitori, dicioccatori, in Maremma, con tre fratelli, Lidia attraversa oltre un secolo di storia con una forza e una caparbietà straordinari, e con un unico rimpianto: non aver potuto studiare.
Aveva frequentato solo la prima elementare, perché allora solo i maschi venivano mandati a scuola. Un cruccio durato tutta la vita.
Lei, allora, dopo che la famiglia si trasferì in un podere alle Porcarecce di Selvena, si trovò a fare la guardiana di pecore da 9 anni a 20.
La portò via dalle Porcarecce, a Castel del Piano il marito Ulisse Martini, e la famiglia trovò casa alle Ciaccine, con le due figlie Rosita e Giuliana.
Ma a Castel del Piano i coniugi Martini ci stavano pochi mesi all’anno, perché da giugno a ottobre si trasferivano in Maremma a fare carbone. Lei lavorava come un uomo: capanna, forno per il pane, stanzini per maiali e galline e lavoro per produrre quel carbone che poi a balle veniva portato al treno. «Lei amava quella vita – racconta la figlia Giuliana che a otto anni già seguiva la famiglia in Maremma – C’era allegria, con i suoi fratelli, le nuore e i loro figli. E il marito sempre nero di carbone, ma dolce e affettuoso». Lidia a 55 anni ha preso la patente e guidato la macchina fino a 90 anni, assaporando la vita e impuntandosi col marito perché la figlia Giuliana potesse diventare maestra e poi sostenendola nel suo desiderio di trasferirsi in Sardegna dove aveva vinto la cattedra di insegnante. «Una donna straordinaria – sottolinea la figlia – che ha interpretato il volto economico dell’Amiata dai primi del’900 fino agli anni’70. Povertà, stenti, ma soprattutto calore umano di quella fetta di popolazione contadina e bracciantile che ha fatto crescere la montagna senza mai lamentarsi, ma rimboccandosi le maniche e lavorando sodo». Così, per continuare a esplorare il mondo, spinta dagli affetti e dalla curiosità di sperimentare sempre cose nuove, dopo la morte dei mariti sia di Lidia che di Giuliana, Lidia ha raggiunto la figlia in Sardegna dove ha risieduto per otto anni. Ma tornava due o tre volte all’anno a Castel del Piano dove aveva molti amici e dove aveva anche festeggiato il suo 100esimo compleanno. «Faceva il progetto di tornare in montagna a celebrare i suoi 105 anni – aggiunge la figlia – ma stavolta non ce l’ha fatta». I funerali di Lidia si sono svolti sabato a Castel del Piano, con la chiesa colma di gente a darle l’estremo saluto, mentre il parroco don Gianni Lanini ne raccontava la vita e la preziosa testimonianza esistenziale. È stata sepolta vicino al marito, fra l’affetto della figlia, nipoti e bisnipote e i tanti che le hanno voluto bene. —
Fiora Bonelli
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