La manifestazione
Troppe discordanze Testimone nei guai
Il pm chiede la trasmissione degli atti alla Procura Le parole del pasticcere non convincono il magistrato
È stata una settimana turbolenta quella scandita dalle udienze del processo sul presunto sistema di estorsione con l’aggravante del metodo mafioso che avrebbe fatto capo al commercialista follonichese Evans Capuano. La presidente Laura Di Girolamo ha ammonito più volte sia gli avvocati sia i testimoni nel corso delle sedute: è accaduto anche ieri, durante la deposizione di Claudio Pecchia, pasticcere, chiamato a rispondere sui rapporti avuti con Capuano circa dei capannoni in zona industriale.
Una versione che secondo il magistrato si sarebbe notevolmente discostata da quelle offerte finora da altri testimoni sugli stessi fatti. Talmente tanto, che il pm della direzione distrettuale antimafia Giuseppina Mione ha chiesto al tribunale di trasmettere gli atti in Procura per falsa testimonianza. Al centro, la trattativa che Pecchia e sua moglie avrebbero avuto con l’imprenditore Arietto Giovannelli per la gestione del un pub-ristorante Meeting Point aperto da quest’ultimo. «Volevamo prendere un’attività avviata in zona industriale, ma solo la gestione – ha detto il pasticcere – perché sapevo che acquistare una licenza significa accaparrarsi anche gli eventuali debiti». A quel punto, Capuano gli avrebbe proposto il locale di Giovannelli. «Era già chiuso e noi trattavamo con Capuano perché ci fidavamo di lui», ha continuato Pecchia, spiegando di non aver mai trattato direttamente con Giovannelli, se non quando si sono ritrovati per la firma di fronte al notaio Sergio Graziosi. «Mia moglie non sapeva che il contratto prevedeva l’affitto del ramo d’azienda», ha detto il pasticcere. Tant’è che la donna, come ha testimoniato lei stessa in aula, si rifiutò di firmare. E lo stesso fece Giovannetti, ritenendo l’offerta troppo svantaggiosa per lui: 2.000 euro complessivi per dieci anni. Lo ha confermato lo stesso Graziosi in aula due giorni fa, dicendo: «Ho capito che le parti non avevano idea di quello che avrebbero firmato». L’atto, secondo quanto ricostruito finora, lo avrebbe preparato Capuano, in quanto la società Betty srl, titolare dei fondi, era riconducibile a lui. Giovannelli avrebbe avuto dei debiti con il commercialista e quest’ultimo si sarebbe rimpossessato del capannone, offrendolo poi a Pecchia. «Noi ci fidavamo di Capuano, credevo che trattasse lui con Giovannelli», ha detto il pasticcere, sostenendo poi di non aver mai subito pressione (Pecchia ha parlato di un «tono autoritario») da parte del commercialista per obbligare la moglie a firmare il contratto, come poi è avvenuto. «Ma Capuano aveva partecipava all’affare o aveva investito soldi?», ha chiesto il pm Anna Pensabene, cercando di capire perché l’indicazione di Capuano fosse così importante da seguire. «No», ha risposto Pecchia. Il difensore di Angelo Murè, Riccardo Sensi, ha quindi chiesto al pasticcere se avesse mai avuto rapporti precedenti con Giovannelli e quando il testimone ha risposto «no» è stato letto il passaggio di una sua deposizione in fase d’indagine, in cui sosteneva di aver incontrato l’imprenditore e di aver discusso di un’ipotetica cifra di «due o tremila euro per la vendita» del locale. «Ma non aveva detto che la vendita non le interessava?», ha chiesto Mione a Pecchia, prima di chiedere la trasmissione degli atti in Procura, convinta che siano state troppe le discordanze nella sua versione. —
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