Il Tirreno

Grosseto

la giornata della memoria 

Al campo di concentramento maremmano una lezione “vivente” della nostra storia

Francesca Ferri
Don Franco Cencioni di fronte alla sede estiva dell'ex seminario di Roccatederighi
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Don Franco Cencioni di fronte alla sede estiva dell'ex seminario di Roccatederighi

Cinquanta alunni in visita all’ex seminario di Roccatederighi dove furono internati gli ebrei arrestati in provincia

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ROCCATEDERIGHI. «La memoria non è solo il ricordo delle vittime; bisogna anche individuare le responsabilità. E la Storia non è una narrazione: è capire perché. Non basta raccontare i fatti. Non imparate a memoria il paragrafo di un libro: chiedetevi sempre perché; è il “perché” che porta a capire meccanismi e dinamiche complesse degli eventi. Ci sono soggetti, uomini e donne, responsabili. E voi avete sempre bisogno di farvi le domande».

La storica Luciana Rocchi dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea parla a una cinquantina di alunni e alunne della 2ªA, 2ªB, 3ªA e 3ªB della scuola di Roccastrada, istituto Pietro Leopoldo di Lorena. Imbacuccati in sciarpe e cappelli, in una limpidissima e fredda mattinata, ascoltano silenziosi e concentrati.

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Con i loro insegnanti, la risposta a quei “perché” hanno cominciato a cercarla andando di persona in quel luogo, così vicino a casa loro, dove per un inverno e una primavera la Storia più buia del 20° secolo ha fatto tappa: la sede estiva dell’ex seminario vescovile di Roccatederighi, di proprietà della Curia, dove dal novembre 1943 al giugno 1944 fu allestito un campo di concentramento.

Qui è stato internato un numero imprecisato di ebrei, italiani e stranieri, arrestati in tutta la provincia di Grosseto, da Pitigliano, paese dove viveva una nutrita comunità ebraica, all’Amiata, dove erano stati confinate nel cosiddetto “internamento libero” molte famiglie ebree italiane e straniere. Queste ultime erano arrivate in Italia in tempi in cui era ritenuta meno pericolosa di altre zone d’Europa. «Alcuni – ha ricordato Rocchi – vennero a Roccatederighi volontariamente sperando di essere più protetti». Un luogo di proprietà della Curia – dato in affitto ai fascisti con regolare contratto firmato dal vescovo Paolo Galeazzi – e la presenza all’interno del vescovo stesso, che pochi mesi prima vi aveva trasferito la residenza vescovile, apparivano come segnali di protezione. Ma, come la maggior parte dei loro compagni di prigionia, non ebbero scampo. Da Roccatederighi 38 persone furono deportate nei lager nazisti, in due trasferimenti. Solo 4 sono sopravvissute.

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Il cippo che le ricorda, posto qui nel 2008, è annerito. Ma il ricordo, in questa fredda mattina, è vivo grazie a un testimone oculare, un testimone speciale: don Franco Cencioni. Il proposto del Capitolo della cattedrale di Grosseto, originario di Roccatederighi, aveva 17 anni all’epoca. «Ero uno studente – dice don Franco – e abitavo a Boccheggiano. Dopo il bombardamento degli americani del 1943 le scuole di Grosseto furono chiuse e il vescovo portò qui la sede della Curia, sua sorella e le suore. E io venivo a trovarlo».

Le visite continuarono anche all’arrivo degli ebrei, quando dall’interno dell’edificio, ricorda don Franco, «furono portate via le suppellettili e gli ambienti furono attrezzati con letti a castello». Insieme a don Franco, frequentavano il seminario anche don Pietro Fanciulli e don Agostino Toninelli, che vi risiedevano in un’ala separata dagli ebrei. «Erano un gruppo piuttosto numeroso – ricorda don Franco – molti provenienti dalle nostre zone. Ricordo il cognome Servi, Nunes... Cesarino Nunes, che era poco più grande di me. Ricordo che Cesarino e i suoi erano osservanti ebrei. Io cercavo sempre di portare qualcosa da mangiare e un giorno trovai del lardo di maiale. Ricordo la diffida del padre. E lui: “Babbo, ma io ho fame. Anche Davide mangiò i pani nel tempio”». Don Franco ricorda ancora: «Erano abbastanza rassegnati, però con la voglia di vivere, manifestata dal giocare a palla, gli uomini; le donne si dedicavano al cucito, alle chiacchiere. Alcuni, credendo di potersi salvare, pensarono di convertirsi al Cristianesimo, ma non ci furono conversioni».

Il 9 giugno il campo di concentramento di Roccatederighi fu smantellato, gli ebrei deportati. Luciana Rocchi, in questi anni, ne ha seguito le tracce in tantissimi archivi, fino allo Yad Vashem. Poche settimane fa è venuta a capo della sorte di Szerene Rosenfeld e della figlia Edita Singer, 12 anni. «Speravo si fossero salvate ma risultano anche loro decedute, non si sa in quale campo», dice Rocchi. «Difendete la libertà – ha chiuso l’incontro con gli alunni don Franco Cencioni – e non guardate l’altro come fosse un nemico, ma come un fratello da proteggere. Vi invito a leggere, a documentarvi: la strada della violenza è senza fondo». 
 

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di Redazione web