Il Tirreno

Grosseto

Da Scansano al Libano Il progetto di Elena: «Incontro e relazioni per costruire la pace»

Francesca Ferri
Da Scansano al Libano Il progetto di Elena: «Incontro e relazioni per costruire la pace»

Laureata a Pisa, un’esperienza pluriennale con i rifugiati in Grecia, la ventiseienne è in partenza per la tormentata Beirut 

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SCANSANO. Il vento della rivolta e delle tensioni sociali soffia forte sul Libano in queste ultime settimane. Gli scontri di piazza, in quella che è stata definita la “Settimana della rabbia”, sono scoppiati all’apice di una gravissima crisi economica innescata da decenni di mal governo, corruzione, stallo governativo, in un Paese su cui pesanti sono le pressioni provocate dai conflitti oltreconfine – la Siria è appena al di là della frontiera – e in cui vasti territori sono un unico, immenso campo profughi. È un vento che spira minaccioso sul fuoco dell’esplosivo Medio Oriente, tanto che il presidente di Caritas Libano, padre Paul Karam, nei giorni scorsi ha parlato di un paese «sull’orlo del baratro».

Eppure nonostante la situazione drammatica – o, piuttosto, proprio a causa di quella situazione – c’è chi è pronto ad andare controcorrente, a lasciare l’Italia per volare proprio in Libano, sfidando il vento di guerra per portare un progetto di pace.

Elena Fanciulli ha 26 anni, è originaria di Scansano e a giorni partirà, da volontaria, per Beirut, per un anno di servizio civile internazionale sotto l’egida della Caritas Roma presso la Caritas Libano. Nel suo bagaglio ci sono una laurea triennale in Scienze per la pace, una laurea magistrale all’orizzonte e un’esperienza già pluriennale sul campo. Accanto a lei, il marito Elias Abood, 27 anni, rifugiato siriano. Nel suo cuore, una fede incrollabile.

Elena, come nasce il tuo percorso professionale?

«Mi sono laureata in Scienze per la Pace all’università di Pisa nel 2015. È un titolo di studio che prepara a sviluppare progetti nel campo della trasformazione e della gestione nonviolenta del conflitto. Si studia mediazione, gestione dei conflitti, lingue, comunicazione, educazione alla pace e alla non violenza, diritto internazionale e sociale, antropologia, storia. Dopo la laurea triennale, dopo questi tre anni di “studio matto e disperatissimo”, anche perché sono una secchiona (ride), mi sono resa conto che la teoria non bastava, che era un cammino con una sola gamba. Serve anche la seconda gamba, la pratica».

Come hai rimediato?

«A dicembre 2015 sono partita con la Comunità Papa Giovanni XXIII per Atene. Per nove mesi ho abitato in una casa famiglia. Ed è stata la mia rinascita».

Di cosa ti occupavi?

«Nella casa famiglia venivano accolti bambini in affido. Svolgevamo anche attività con i senzatetto come la distribuzione di pasti e bevande. L’obiettivo era creare una relazione con le persone che vivono in strada».

A marzo del 2016 il panorama cambia.

«A seguito di accordi tra Turchia e Unione europea, la rotta balcanica (il tragitto dal Medio Oriente all’Europa centrale percorso da centinaia di migliaia di migranti) fu chiusa e 60mila persone rimasero bloccate in Grecia. Iniziai a fare volontaria al porto del Pireo nel campo profughi informale che si era creato, 5mila esseri umani lasciati lì al freddo. Distribuivo coperte, pasti e medicine. Contemporaneamente facevo volontariato in una struttura della Caritas lì accanto, il Neos Cosmos Social House, un centro sociopastorale nato per l’accoglienza di greci impoveriti dalla crisi ma, dal 2016, aperta anche ai profughi. Lì all’inizio insegnavo Inglese e poi, con l’apertura di una scuola informale per tutti i bambini che non potevano seguire con regolarità le lezioni, anche altre materie. E attività per gli adulti».

Che tipo di attività?

«Centinaia di persone transitavano da questo centro. Persone in fuga dai loro Paesi. E quello che le distruggeva più di ogni altra cosa era l’inattività. Quindi abbiamo creato noi delle attività, come cucito, cucina, corsi, che riuscivano letteralmente a salvare dalla depressione queste persone. Perché sono l’incontro e la relazione il momento della costruzione della pace. Creare attività non per promuovere il “fare”, ma per lo “stare” con gli altri: è questo che abbatte le barriere. C’erano tanti bambini, ragazzi e ragazze, mamme, padri».

Quanti volontari eravate?

«Tanti. Ne saranno passati forse 200, ma fissi eravamo in 4: due greci, io e poi Elias…».

Cioè colui che sarebbe poi diventato tuo marito.

«Proprio così».

Come vi siete conosciuti?

«Era appena arrivato dalla Siria che aveva lasciato a causa della guerra. E, siccome parlava bene Inglese, si è messo a disposizione come mediatore tra operatori e persone accolte di lingua araba. Come ci siamo conosciuti? Facevamo insieme i panini per i senzatetto. Di lui mi ha colpita che sa essere felice sempre e comunque. E se sai essere felice anche con le tasche vuote, la vita può solo essere stupenda e piena d’amore».

Nel frattempo tu hai proseguito con l’università?

«I nove mesi in Grecia erano un anno di volontariato che mi ero presa. Poi, fino a novembre 2018, ho lavorato con un contratto con la Caritas Hellas. A quel punto mi sono iscritta alla laurea magistrale; facevo la pendolare con Pisa per dare gli esami».

Elias ti è rimasto a fianco?

«Sì. Anche lui si è iscritto a Pisa all’International Program Humanities. Aveva iniziato a studiare sociologia in Siria ma non aveva potuto finire gli studi a causa della guerra. E aveva il sogno di terminarli. Ora studia storia. E lo scorso maggio ci siamo sposati a Scansano a teatro».

Come nasce questo nuovo progetto per il Libano?

«È il servizio civile internazionale. E più che un progetto è un’esperienza. Dopo un primo mese a Roma alla Caritas Roma, partiremo per Beirut, fino a metà gennaio 2021».

Ti preoccupa la situazione che troverai?

«Ne sono perfettamente consapevole. Il progetto è stato scritto prima delle rivolte e prevedeva di prendere parte alle attività di Caritas Libano nella gestione dei conflitti; ci sono tensioni tra siriani e libanesi. Con le rivolte che ci sono state stiamo pensando di rivedere il progetto sulla base delle nuove circostanze. Il mondo va più veloce della volontà di cambiarlo…».

Nel tuo percorso è evidente che la Fede ha un ruolo di primo piano.

«Sì. Credo nei valori della Caritas, credo in un Cristo che è morto affinché io fossi libera e vorrei un mondo di persone libere, in cui ognuno possa costruirsi la sua personalità e venga giudicato per questo e non per le sue categorie di appartenenza».

In famiglia come l’hanno presa?

«Mia mamma mi dice sempre: “Se sei felice lo sono anch’io”. I miei genitori mi hanno cresciuta nella libertà; ho un carattere che, quel che dico, lo devo fare. E poi anche mia sorella è spesso all’estero. Ha 24 anni ed è biologa».

Al termine di questo anno, cosa vorresti fare?

«Il mio obiettivo? Vorrei continuare a lavorare nel campo della pace e della non violenza, diventare insegnante e metterci anche una parte di ascolto delle proprie emozioni, di dialogo. Sono temi che ai bambini andrebbero insegnati, ma che la scuola italiana non affronta. Io sto proprio facendo la tesi sul livello di inclusione dei bimbi siriani nelle scuole greche, tedesche e italiane. E poi mi piacerebbe fare un dottorato in antropologia».

Costruire la pace: hai mai pensato a una carriera diplomatica? A diventare, chissà, ambasciatrice?

«Ambasciatrice? No, per carità (ride). Il nostro è tutto un altro lavoro. È un lavoro a livello della strada. Il loro, quello dei diplomatici, non è proprio il mio mondo». —

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