Il Tirreno

Grosseto

il giallo 

Riaperte le indagini sulla morte di Alda. Sopralluoghi a Roccatederighi

Gabriele Baldanzi
Ada Albini
◗
Ada Albini

Il luogo in cui nel dicembre 2017 fu ritrovato il cadavere è stato di nuovo ispezionato dagli inquirenti

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ROCCATEDERIGHI. La Procura della Repubblica di Grosseto ha riaperto le indagini sulla morte di Alda Albini.

A certificare questa notizia, attesa dagli amici del paese e da un’intera comunità, sono ulteriori sopralluoghi che negli ultimi due giorni gli inquirenti hanno compiuto nel luogo in cui fu ritrovato il cadavere, a Roccatederighi. Due mesi fa i legali dell’ex genero e delle nipoti (minorenni) di Alda avevano presentato al sostituto procuratore Salvatore Ferraro la richiesta di riapertura delle indagini sulla morte dell’anziana donna, avvenuta presumibilmente il 21 dicembre del 2017. Il caso di Alda Albini era stato di nuovo trattato, nel dicembre scorso, nella trasmissione “Chi l’ha visto?” , dando conto di nuove perizie, testimonianze, verifiche di esperti, insistendo sul mistero di quella morte e ripercorrendo tutte le tappe della vicenda.

E in effetti da qualunque parte si guardi questa storia sembra che ci sia sempre qualcosa che non torna: la posizione del corpo, la borsa, il cellulare. Una miriade di elementi, testimonianze, perizie, che non si allineano mai, che non danno mai un quadro univoco, al di là di qualsivoglia responsabilità.

Alda Albini scomparve da casa nella notte tra il 20 e il 21 dicembre di due anni fa. Nessuno, però, la cercò per oltre due settimane, finché – trascorse le vacanze natalizie – le vicine di case si preoccuparono e presentarono denuncia ai carabinieri di Roccatederighi. Partirono le ricerche. Arrivarono a Roccatederighi anche i cani molecolari, ma non accadde nulla. Il ritrovamento del corpo venne compiuto casualmente da tre bambini. Mentre giocavano a fare gli esploratori si imbatterono nel cadavere. Dall’autopsia emerse un trauma cervicale e nel corso delle indagini difensive il medico legale ha parlato espressamente di «compatibilità con un evento omicidiario».

Sul cadavere della donna venne ritrovata una sciarpa, ancora avvolta al collo, non le mutande, non la gonna. Il suo cellulare, quando lei era già morta, agganciò celle molto distanti dal luogo in cui è stata poi ritrovata la borsa. Di recente i consulenti informatici hanno confermato ai legali che il cellulare di Alda (e quindi la sua borsa) non poteva essere a Roccatederighi tra il 21 e il 27 dicembre. Insomma, una miriade di perplessità, congetture, ipotesi.

Adesso si è ripreso a indagare. Da due giorni nel luogo in cui fu ritrovato il cadavere sono tornati gli inquirenti, per collocare i nuovi dati a disposizione nell’ambiente in cui la donna è vissuta e poi ha perso la vita, per fare luce sulle zone d’ombra. È presto, però, per dire cosa accadrà, se ci saranno ulteriori sviluppi. Approfondimenti e deduzioni sono in corso. È evidente che un lavoro tecnico-scientifico, periziale, sia servito, soprattutto per integrare le indagini compiute dai carabinieri nei giorni successivi al ritrovamento del corpo. La richiesta di archiviazione del pubblico ministero faceva riferimento, come causa della morte, a una caduta dal muretto della Fontona. Le indagini si erano chiuse nel momento in cui si era ritenuto di aver provato che si trattava di un suicidio o di una caduta accidentale.

Come accaduto per altri casi, l’esperienza investigativa dei migliori esperti italiani in materia, la loro capacità di cogliere nuovi elementi, sia prove dichiarative che dati tecnico-scientifici, è sicuramente servita. Nuove indagini potranno mettere a posto le componenti del puzzle che non si incastrano, insomma, i soliti dubbi: la posizione degli occhiali, quella della borsa, gli “spostamenti” del cellulare (anzi, dei cellulari), ma soprattutto, quella insolita uscita intorno alla mezzanotte del 21 dicembre. Sono passati due anni è la domanda è sempre la stessa: per incontrare chi? —
 

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