Il Tirreno

Grosseto

verso l'anniversario

La “Divina Amiata” cantata da Dante Alighieri, luoghi e personaggi di un puzzle medievale

Fiora Bonelli
La “Divina Amiata” cantata da Dante Alighieri, luoghi e personaggi di un puzzle medievale

Nella “Commedia” molti sono i riferimenti alla montagna e ai paesi collinari con i loro protagonisti, da San Francesco agli Aldobrandeschi 

4 MINUTI DI LETTURA





CASTEL DEL PIANO. Divina Amiata, un po’ misteriosa e un po’ leggendaria, sicuramente Dantesca. E basterebbe a dimostrarlo, materialmente, il famoso “sasso di Dante”, una roccia trachitica che disegna in modo inconfondibile il profilo dell’Alighieri salendo verso la vetta.

Ma intorno al cono vulcanico amiatino, nei paesi che gli fanno corona, sia del versante Senese che di quello Grossetano, molti sono personaggi e luoghi citati o evocati nella Divina Commedia.

Borghi e castelli, eroi ed eroine compongono un fantastico puzzle medievale, tessendo una rete di relazioni e di vicende che furono al centro della vita politica e religiosa italiana di allora.

E che tornano oggi alla vigilia delle celebrazioni – che si terranno nel 2021 – per i settecento anni dalla morte del sommo poeta.

David Lazzaretti

È una Commedia che tocca anche David Lazzaretti che molti seguaci rileggendo Dante hanno indicato essere il “veltro” (Inferno, I, verso 102), il salvatore dell’umanità di cui l’Alighieri parla nel primo canto dell’Inferno. In quei versi gli adepti rividero il profeta della Torre di Monte Labro.

San Francesco

L’Amiata dantesca è, però, innanzitutto, quella di San Francesco (Paradiso, Canto XI), dove avvenne il mistico matrimonio fra Francesco e Madonna povertà. Dante non dice dove il fatto accadde, ma pochi anni dopo la composizione della Commedia, Stefano di Giovanni, detto il Sassetta, principale pittore senese del Quattrocento, racconta le mistiche nozze avvenute quando il Santo fece un viaggio da Rieti a Siena nel 1226 per curarsi un glaucoma e ai piedi della montagna sullo sfondo di San Quirico d’Orcia gli apparvero tre fanciulle, una delle quali vestita di grigio, madonna povertà, appunto.

Ghino di Tacco

Nello stesso dipinto si vede il poggio di Radicofani, quello dove trovò rifugio Ghino di Tacco (Purgatorio, VI, verso 14), signore di Torrita e della Fratta, della stirpe feudale dei Cacciaconti, ricordato da Dante come uccisore del giudice aretino Benincasa da Laterina. Un masnadiero che si fece brigante a saccheggiare, come ricorderà anche Boccaccio, i pellegrini che transitavano per la via Francigena, papi e imperatori, in un momento particolarmente turbolento della vita politica.

Sapìa Salvani

Sulla stessa via Francigena, vicino a Sarteano, la senese Sapìa Salvani (Purgatorio XIII, versi 85 – 129), che piena di invidia pregò per la vittoria del nemici e si pentì, alla fine, fece costruire un monastero per riscattarsi. Ed è la stessa Sapia a dire a Dante, con una nota di scherno, che i senesi si sono illusi di ritrovare la perduta grandezza comprando il porto di Talamone.

Castell’azzara

Una montagna in cui il Medioevo porta il nome degli Aldobrandeschi, a cui Dante si riferisce, in particolare, nel VI e nell’XI canto del Purgatorio. Ed ecco dunque Castell’Azzara, Santa Fiora, Sovana, Campagnatico “Quando si parte il gioco della zara” (Purgatorio, VI, verso 1): Castell’Azzara, un castello giocato a dadi, quando agli albori del 1200 tre fratelli della famiglia degli Aldobrandeschi decisero di costruirlo su una rupe alle pendici del Monte Penna, Valle del Paglia. Pare che il nome di Castell’Azzara derivi proprio dal fatto che i tre fratelli Aldobrandeschi, Ildebrando Bonifacio e Guglielmo, non si trovassero d’accordo su chi tra loro dovesse avere il privilegio di iniziare la costruzione del castello e affidarono così alla sorte la decisione. Bonifacio vinse al gioco della “zara”, un gioco fatto con tre dadi. Da questo il nome.

Sovana

E sempre la potente famiglia Aldobrandesca con le sue diramazioni ci porta a Sovana (Purgatorio, XI, versi 52 – 72).

Omberto Aldobrandesco, che Dante colloca fra i superbi, ricorda le glorie familiari e le drammatiche circostanze che lo hanno condotto alla morte: “I’ fui Latino e nato d’un gran Tosco/ Guglielmo aldobrandesco fu mio padre”.

Quel Guglielmo da cui ebbe origine il ramo degli aldobrandeschi di Sovana e la cui figlia, Margherita di Soana, andò sposa al noto Guido di Montfort che, per poter convolare a nozze, aveva forse fatto uccidere, gettandola giù da un balcone del castello della Pietra, in Maremma, la moglie Pia dei Tolomei.

Campagnatico

Storie di potere e di sangue, come fu la fine dello stesso Omberto, conte di Santa Fiora, ghibellino ucciso forse nel suo letto a Campagnatico dove era assediato dalla guelfa Siena. Prima di morire Omberto si armò, dicono alcuni cronisti, e salito, a cavallo, “corriva per la piazza di Campagnatico come un drago”.

Il conte Omberto era signore di quella contea di Santa Fiora che al tempo di Dante Alighieri si stava disgregando perché, appunto, Siena stava sottraendole buona parte dei suoi territori.

Santa Fiora

Santa Fiora è (Purgatorio, VI, verso 111) emblema di questa caduta degli dei: “e vedrai Santa Fior com’è oscura”. E se quell’ “oscura” fosse stata anche “secura” oppure “se cura”, il senso della disfatta di un potentato che appariva invincibile un tempo, non cambierebbe.

Una tela tessuta, insomma, dall’Amiata, fino alle sue propaggini con un insieme di elementi rivelatori dell’atmosfera di quei tempi, di cui resta oggi memoria poetica, materiale e storica. —


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web