Sicurezza
A giudizio per violenza Condannato a due anni
L’accusa aveva chiesto una pena di 7 anni e mezzo Un rapporto burrascoso con una donna più grande
GROSSETO. Il sostituto procuratore Giampaolo Melchionna si è detto sicuro: fatti provati, anche quelli della violenza sessuale denunciata. Quello tra lui e lei era stato un rapporto burrascoso, sì, c’era morbosità da entrambe le parti, lei era ancora innamorata di lui ma aveva paura di chiudere il rapporto perché non riusciva a immaginare cosa sarebbe potuto succedere, ha aggiunto il pm. E comunque le testimonianze – anche quella della figlia – hanno chiuso un quadro di responsabilità inequivocabili, perché la donna non gradiva. Se c’erano stati contatti anche nei giorni successivi alla violenza sessuale era perché lei «voleva fargliela pagare, voleva farlo sentire in colpa». Da qui la richiesta, pesante, di condanna: 7 anni e mezzo per tutti i reati contestati, compresi stalking, lesioni, sequestro di persona e danneggiamenti, tra il 2017 e il 2018.
Il collegio del Tribunale (Adolfo Di Zenzo presidente, Giovanni Puliatti, Gian Marco De Vincenzi) ha però mitigato le richieste dell’accusa: pur avendo riconosciuto la continuazione fra tutti i reati (più grave quello di violenza sessuale) ha contenuto in 2 anni la pena, con le attenuanti generiche prevalenti, con i doppi benefici e con la cessazione degli arresti domiciliari, misura cui l’imputato era stato sottoposto una volta uscito dal carcere.
Servirà un mese per conoscere le motivazioni della condanna di un albanese oggi 28enne, abitante nel territorio della montagna, ieri presente in udienza, finito sotto processo dopo l’attivazione del percorso antiviolenza. È stato difeso dall’avvocato Mascia D’Antona, che ha sollevato più di un dubbio sull’attendibilità della parte offesa, una connazionale di 43 anni, che lavorava insieme all’uomo e al marito di lei. «Una relazione che lei non aveva mai nascosto sul posto di lavoro – ha detto l’avvocata – ma alla sua famiglia sì». Lui cercava lei ma anche lei cercava lui: «Si sono contate anche 408 tra telefonate e messaggi, al giorno, più o meno equamente ripartite». Secondo la difesa, «ci sono riscontri oggettivi solo sul danneggiamento dell’auto», l’Audi di lei presa a bastonate con danni per 2. 500 euro («risarciti, lui si è scusato»). Il legale si è soffermato sulla violenza sessuale: «C’è un certificato del pronto soccorso che risale al giorno dopo l’episodio, nessuna lesione al viso, una al collo, un ematoma al braccio destro compatibile con la difesa attuata dall’uomo, visto che loro due si erano aggrediti a vicenda». Quel giorno i due si sarebbero dovuti vedere ma lui, che aveva preso appositamente un giorno di ferie, era arrabbiato perché lei aveva detto all’ultimo momento che aveva da fare. Poi lo aveva incontrato e seguito a casa: e lì sarebbe avvenuta la violenza, con l’uomo che avrebbe chiuso la porta a chiave. «Erano le 8 del mattino, in paese, c’era gente per strada. Se lei aveva davvero paura, perché non aveva aperto la finestra e chiesto aiuto? C’era stato un litigio, avevano fatto pace, anzi lei si era scattata un selfie con lui, serena. E poi, quando in banca incontra poco dopo la cognata, non le dice “mi ha violentata” ma solo “abbiamo litigato”. E lo chiama anche quella sera. La violenza sarebbe durata due ore e lei in aula dice solo che “ci era rimasta male”». «Il mio cliente è uno stupido, non un delinquente incallito». —
Pierluigi Sposato
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