Il Tirreno

Grosseto

Ebrei internati a Castel del Piano, la storia è nota

luciana rocchi* ; *Isgrec Grosseto

Dopo l’annuncio dell’assessore Renzo Rossi, Luciana Rocchi (Isgrec) chiarisce: «Studi, pubblicazioni e un documentario Rai ne hanno parlato» 

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l’intervento

luciana rocchi*

Non è senza stupore che stamani (ieri ho appreso dalle cronache locali di una improvvisa scoperta, lo scoop della celebrazione della Giornata della memoria 2020. Avendo dedicato anni di studio a questo tema, conclusi nel 2007 con la pubblicazione di un corposo saggio e la riproduzione di documenti nei due volumi editi da Carocci e curati dallo storico Enzo Collotti, ho velocemente scorso gli articoli: tutto è partito addirittura dall’Assessore alla cultura del Comune di Castel del Piano, Renzo Rossi. Da chi ricopre un ruolo di tale rilievo ci si sarebbe aspettati che prima di una tanto roboante vanagloria si documentasse su quella che definisce “storia particolare e sconosciuta”, su un tema “assolutamente inedito”. Avrebbe scoperto che degli ebrei stranieri in internamento libero a Castel del Piano si parla distesamente in una mostra permanente, nel relativo catalogo, nei volumi citati. Per l’appunto, fra i nomi si leggono quelli di due persone, madre e figlia adolescente, di cui chi scrive ha seguito a lungo le tracce. Sono stati visitati archivi storici italiani e ricevuti documenti dallo Yad Vashem. Si è interessata l’ambasciata italiana in Argentina, per venire a capo di un doloroso dilemma. Non era certo il destino delle due persone, non era dato sapere se si erano salvate. Quello di Edith è stato a lungo un pensiero che mi spingeva a fare quanto una storica amica, Maria Bacchi, ha fatto per l’adolescente Luisa Levi: una ricerca complicata, per lei conclusasi con successo per la verità storica, con dolore per aver accertata la tragica fine di Luisa.

Mi rattrista che le lunghe fatiche dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea siano ignorate, anzi, gravemente misconosciute. All’epoca della prima emersione della storia degli ebrei dalla nostra provincia, se ne parlò molto, in molti luoghi. Un documentario – regia di Vera Paggi – fu prodotto da RAInews24 e trasmesso in Rai più o meno un decennio fa. È stato pubblicato e letto pubblicamente il documento dell’arresto di alcune delle persone citate negli articoli che leggo. A Roccatederighi, dove fra pochi giorni andremo con studenti, don Franco Cencioni e io, un cippo ricorda gli ebrei partiti da lì per la deportazione.

Ma non sono solo i luoghi, gli archivi, le pubblicazioni e le citazioni in rete che contano, per chi scrive. Quei nomi sono le vite di persone; i nomi evocano volti solo immaginati, storie di peregrinazioni in Europa. Chi fa ricerca storica su questi temi vive un’esperienza irripetibile, un’empatia difficilmente comprensibile a chi non la vive. Non ha la più pallida idea, Assessore, di quel che si prova ascoltando la descrizione dei giocattoli di Edith, custoditi in un baule, dalla donna che ci ha giocato da bambina. Sia chiaro, a nessuno nell’Isgrec importa della firma in calce alla ricerca. Del resto, è anche possibile che una ricerca conclusasi da tempo abbia avuto nuovi sviluppi. Li saluteremmo con le congratulazioni all’autore, come si fa sempre, talvolta regalando documenti utili a ricerche altrui. Possono accadere anche scoperte fortuite, come di recente per una ragazza deportata da Roccatederighi, secondo le fonti precedenti “deceduta ad Auschwitz”, in realtà sopravvissuta e vivente fino al momento della felice scoperta. Si documenti, Assessore, sia più prudente in futuro. Non so quale sia il suo mestiere, ma eviti d’improvvisarsi storico.

*Isgrec Grosseto

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