Lutto
«Danni per un milione di euro» Imprenditore accusa Capuano
Marchionni era stato costretto a vendere un tratto di arenile senza riscuotere Il commercialista lo avrebbe minacciato mettendo una pistola sul tavolino
follonica. Nelle quasi quattro ore di deposizione, il racconto di Antonio Marchionni è stato interrotto più volte dal pianto. Non ha trattenuto le lacrime l’imprenditore follonichese: il suo è stato un racconto scandito da minacce costanti e paura. È questo che ha detto nel suo ruolo di testimone nel corso del processo sul presunto sistema di estorsione sui cui grava il metodo mafioso che avrebbe fatto capo al commercialista Evans Capuano.
Marchionni, imprenditore follonichese, si è costituito parte civile nel procedimento, ha definito «un tritacarne» il periodo in cui ha consegnato vari assegni al commercialista, preceduto da un altro periodo, quello delle minacce subite da Angelo Murè, un altro dei sette imputati nel procedimento.
È proprio sui rapporti con quest’ultimo che il follonichese ha iniziato la sua ricostruzione dei fatti, seguendo le domande del pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Firenze Giuseppina Mione.
Marchionni ha raccontato delle denunce contro ignoti arrivate tra il 2011 e il 2012 su vari episodi, tra cui un’auto (poi risultata rubata) data alle fiamme proprio di fronte all’ingresso della sua abitazione. Fatti però, come hanno spiegato gli avvocati difensori degli imputati, che sono già stati archiviati nel dicembre 2018 dal gip, il quale aveva tenuto ritenuto insussistente anche l’accusa di associazione a delinquere.
Altra storia però sono le minacce che Marchionni avrebbe subito da Murè, al tempo impiegato in alcuni villaggi turistici in qualche modo legati alla famiglia dell’imprenditore.
Benché non vantasse nessun credito, tiene a sottolineare l’avvocato Alessandra Coviello, l’imputato avrebbe minacciato il follonichese dicendogli che se non avesse pagato gli «avrebbe scannato tutti», frase accompagnata con il gesto della mano al collo.
Alla fine, Marchionni, ha raccontato lui stesso, pagherà a Mulè qualcosa come 64mila euro. Cifra molto più ingente quella che avrebbe invece dato a Capuano, il quale avanzava «richieste di denaro per presunte prestazioni professionali, mai documentate – spiega Coviello – né tantomeno fatturate».
In totale, l’imprenditore avrebbe sborsato a suon di assegni personali qualcosa come 300mila euro al commercialista, il quale, alla scadenza, pretendeva di porre all’incasso quelli che già deteneva. Se così fosse stato, la solidità economica delle attività di Marchionni sarebbero stati messe in fortissima crisi. Un tritacarne, appunto, che avrebbe portato infine l’imprenditore a firmare un atto negoziale della vendita nel febbraio 2012 di un tratto di spiaggia a favore di Capuano.
«Un atto senza alcun passaggio di denaro – sottolinea l’avvocato – a seguito del quale ottenne la restituzione di un assegno di 400mila euro, che Capuano pretese a garanzia della cessione della spiaggia e che strappò, ma di cui Marchionni riuscì a prendere alcuni frammenti, poi consegnati alla Dda».
Altro episodio raccontato da Marchionni in aula si sarebbe consumato poco prima dell’atto di vendita, quando Capuano avrebbe estratto nel suo ufficio una pistola posandola sulla scrivania con la canna rivolta verso l’imprenditore. Un clima di paura costante, quello ricostruito dalla parte civile, per un danno patrimoniale – a suo dire – di un milione di euro. Un altro capitolo di questo procedimento complesso, che tornerà nell’aula d’assise del tribunale di Grosseto domani mattina con un’altra udienza a carico del commercialista follonichese e degli altri sette imputati.— Alfredo Faetti
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