Il Tirreno

Grosseto

«Mi disse: bisogna bruciargli la macchina»

Pierluigi Sposato

Al processo Capuano la testimonianza di un imprenditore, la vittima doveva essere il patron del Trofeo Maremma di rally

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Entrano ed escono dai confini dei capi di imputazione, i racconti dei testimoni al processo contro Evans Capuano e altri. I pm Giuseppina Mione e Anna Pensabene cercano di far delineare la personalità del commercialista, principale accusato al processo sulle presunte estorsioni con metodi mafiosi, e così si parla anche di episodi mai oggetto di denuncia: o per paura o per rassegnazione o per la convinzione che il professionista avrebbe potuto godere di una sorta di impunità.

Certo è che quando parla in aula Mirko Tognarini, imprenditore, figura di primo piano nel mondo dell’organizzazione di manifestazioni automobilistiche, si apre uno scenario inquietante: «Evans mi disse che bisognava bruciare l’auto a Paolo Santini». Santini è il patron del Trofeo Maremma, Capuano un bravo pilota dilettante, tra i due non correva più buon sangue da quando il primo rifiutò al commercialista la richiesta di fare da apripista al rally, ha raccontato Tognarini. «La presi come una frase scherzosa. Ma poi lui insisteva, si ripeteva. E da quel momento a Follonica iniziarono a bruciare le auto».

Tra queste, quella di suo fratello Marco, che aveva posteggiato una Ford Focus (vendutagli dallo stesso Capuano, ha aggiunto Mirko) sotto casa della fidanzata a Scarlino, spaccato il vetro posteriore. Santini, invece, non ebbe l’auto bruciata: gli fu spaccato un vetro, il proprietario trovò nell’abitacolo dei bossoli, in un involucro di carta stagnola. Alla presidente Laura Di Girolamo, che gli chiede di circostanziare meglio questi episodi, Tognarini spiega che quello di dar fuoco «non era mai stato un ordine» ma che in quello stesso periodo bruciarono le auto di coloro che avevano avuto contrasti con Capuano: oppure avevano subìto danneggiamenti, come l’auto di una dipendente dello studio o quella di un tuttofare del professionista.

Ma perché suo fratello ebbe l’auto bruciata? «Evans e mio fratello entrarono in contrasto. Marco si accorse che lui ci stava portando alla rovina». Capuano era diventato il commercialista della società dei Tognarini (acquisto e vendita di spazi pubblicitari per manifestazioni sportive, affitto e gestione di auto da rally) e aveva affittato loro varie sedi a canoni «esorbitanti». «Finì che la società la gestiva lui, facevamo quello che lui voleva, riceveva la sua parte da clienti che lui presentava per fare investimenti. Io non credevo a quello che diceva mio fratello, non ce n’era motivo. Ma poi, quando Evans mi pose davanti all’alternativa, io scesi mio fratello, non Capuano». L’ultimo incontro fu nello studio di Capuano: «Evans mise la pistola sulla scrivania e disse “Da oggi si parla con questa”». Fine dei rapporti. Lei nutre astio verso Capuano? chiede l’avvocato Guiscardo Allescia: «No. Di lui non me ne frega niente. Spero che paghi come ho pagato io». Non fece denuncia? «Era inutile, nessuno gli avrebbe fatto niente. Ero convinto che poteva fare di più di quanto consentito dalla legge».

Eppure lo aveva stimato, all’inizio. «Non ho avuto ritorsione fisiche, solo economiche. Violenze sulla testa e sul portafogli. Ci aveva dato una mano e con quella stessa mano ci toglieva tutto». E cioè? «Tre giorni dopo l’episodio della pistola chiamò un direttore di banca e ci chiese di rientrare entro tre giorni per le nostre esposizioni». Mirko era stato protestato: «Impossibile per me chiedere un fido. Ma lui alzò il telefono e ci fece avere 20mila euro». —



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