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«Minacciò me e la mia famiglia»: l’imprenditore racconta il suo incubo
I problemi sono cominciati a luglio 2008: «In quel momento è iniziata la mai croce», dice Luca Marchionni, 58enne imprenditore follonichese, dal banco dei testimoni nel corso dell’ultima udienza del processo sul presunto sistema di estorsione su cui pende l’aggravante del metodo mafioso e che vede imputate sette persone, tra cui il commercialista Evans Capuano, ritenuto il vertice di questo sistema.
Fu proprio lui, ha raccontato Marchionni, a suggerirgli di assumere Angelo Murè (anche lui imputato) per occuparsi della pulizia dei servizi igienici in vari villaggi turistici, dal Veliero a Follonica a La Principina a Grosseto, gestiti da società create dal follonichese insieme ad altri soci. «Capuano mi disse che assumere Murè avrebbe fatto piacere a diverse persone», ha detto Marchionni in aula. Solo che dopo un primo periodo la società alla guida de La Principina, di cui era amministratore Vania Gianneschi, socia di Marchionni, ebbe un ritardo nel pagamento di una fattura. Da lì, ha spiegato l’imprenditore follonichese, è iniziato l’incubo. «Murè venne sotto casa mia inveendo e mi disse: porta i soldi altrimenti adesso nascono dei seri problemi», ha spiegato. Fu quella, a detta del testimone, la prima di una lunga serie di minacce che non toccarono soltanto lui, ma anche la sua famiglia: sua moglie, che sarebbe stata offesa in mezzo alla strada e suo figlio maggiore. Il pm Giuseppina Mione della direzione distrettuale antimafia fiorentina ha chiesto quindi conto a Marchionni di altri fatti, per cui al tempo è stata sporta denuncia contro ignoti. «Bossoli di proiettili e liquido infiammabile con una tanica all’ingresso di casa e per tre volte sono state incendiate delle auto: due davanti casa dei miei genitori e una davanti casa di mio fratello Antonio», ha spiegato.
Quest’ultimo è parte civile nel processo, anche lui chiamato a deporre. Una pressione e una continua richiesta di soldi che alla fine ha portato la famiglia Marchionni a perdere il controllo della contabilità nei confronti di Muré. «Ne parlai con Capuano, visto che era stato lui a proporre Muré – ha proseguito Marchionni – e mi disse che ci avrebbe pensato lui». Ma così non è stato e anzi, arrivarono anche altri problemi.
A causa delle difficoltà economiche delle società, l’imprenditore propose a Capuano di comprare un suo bene immobile (un tratto di arenile) per avere liquidità così da saldare dei presunti debiti contratti con il commercialista stesso. La trattativa però non andò a buon fine e l’affare sfumò, ha raccontato Marchionni. «Capuano si arrabbiò molto e posò la borsa che aveva sempre con sé sulla scrivania – ha detto il testimone – Un gesto che non so come interpretare».
Le domande seguite del pm spiegano il perché: «Capuano teneva sempre la sua pistola nella borsa», ha detto Marchionni. —
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