Gioco
«Strinse il volto della madre e lei morì» Il figlio di Donata incastrato dall’autopsia
Omicidio preterintenzionale, depositate le motivazioni: Giuseppe Di Gioia avrebbe voluto più soldi per i suoi divertimenti
La parola chiave, per i giudici cdi assise he hanno emesso la sentenza con la quale Giuseppe Di Gioia, 52 anni di Albinia è stato condannato a 18 anni di carcere per la morte dell’anziana madre, Donata Muccio, avvenuta nell’appartamento della donna in via Sauro il 24 ottobre di cinque anni fa, è “trisma”. È la parola pronunciata dal consulente medico della Procura, il professor Luigi Cipolloni, che ha effettuato l’autopsia sul corpo della donna, ed è la parola ripetuta dai giudici nelle motivazioni che hanno portato alla condanna dell’uomo per la morte della madre. È il giudice estensore Adolfo Di Zenzo a ripercorrere quello che successe il 24 ottobre, quando Di Gioia andò a casa della madre e - dopo pranzo - ebbe con lei uno scontro violento. Omicidio preterintenzionale, l’accusa: l’uomo non voleva uccidere sua madre, stroncata da un malore provocato però dallo choc per quell’aggressione.
Secondo il consulente della Procura, il trisma (ovvero una contrattura prolungata dei muscoli masticatori), era stato provocato dall’uomo dopo che aveva preso sua madre per la parte sinistra del volto e aveva stretto. Una situazione questa che per il consulente della Procura aveva poi provocato lo choc successivo che ha causato la morte dell’ottantacinquenne. Morte che il figlio non ha denunciato subito: prima di chiamare la sorella e poi il 118, Di Gioia aveva messo a soqquadro l’appartamento della donna e aveva fatto sparire soldi e gioielli, nascosti sul tetto, per inscenare un furto finito male. Difeso dagli avvocati Sabrina Pollini e Alessia Ceraolo, l’uomo ha sempre negato, anche al processo, di aver toccato sua madre, di averle messo le mani addosso, anche solo per strattonarla. «Questa sentenza è ingiusta e unilaterale - dice l’avvocato Pollini - Non tiene conto di quello che è emerso dal dibattimento. Sono tante le contraddizioni emerse, soprattutto nelle perizie medico legali, che non sono state prese in considerazione dai giudici. Per questo ovviamente presenteremo appello».
Contraddizioni che sono state evidenziate dalla consulente della difesa, la dottoressa Giulia Nucci, che in aula ha attribuito, ad esempio, la rottura dell’osso ioide che per il medico legale della Procura era stato provocato dalla pressione sul collo della donna, pressione che però non aveva causato la morte per soffocamento, a una frattura successiva, dovuta alle manovre «maldestre» degli operatori del 118 intervenuti dopo la morte della donna. Tesi, questa, che non ha convinto i giudici che hanno seguito, attraverso le parole del sostituto procuratore Salvatore Ferraro, tutta la sequenza di quanto accaduto quel giorno a casa della donna. Donata Muccio aveva dei segni sul volto che - secondo il medico - le erano stati fatti quando era ancora in vita.
Tra i motivi di ricorso, gli avvocati di Giuseppe Di Gioia stanno anche valutando l’attendibilità dell’uomo che ha diviso la cella con il cinquantaduenne e che avrebbe raccolto le confidenze dell’uomo condannato per aver ucciso la propria madre: «Aveva debiti - aveva detto - ma non con le banche. Doveva restituire dei soldi a qualcuno». Sarebbe stata la situazione economica non proprio serena, unita al bisogno dell’uomo di concedersi qualche divertimento in più, a innescare quella lite finita poi con la morte della donna. Donata, nonostante i suoi 85 anni, continuava a riprendere il figlio per la sua gestione dei soldi: non era stata felice quando l’uomo aveva acceso due mutui, svolgendo un lavoro stagionale, per acquistare e ristrutturare la casa dove vive ad Albinia con la famiglia. Ogni tanto, Di Gioia si fermava a giocare alle slot machine: lo aveva fatto anche la mattina prima di arrivare a Grosseto, dove aveva appuntamento con la madre per il pranzo. Ma non è un ludopatico: l’uomo, secondo la psicologa nominata dalla difesa, era fragile e insicuro e cercava talvolta di risolvere i problemi in maniera poco appropriata. Per i giudici (Laura Di Girolamo, presidente e Adolfo Di Zenzo) e per la giuria popolare, Di Gioia avrebbe chiesto di volta in volta somme di denaro alla madre per mantenersi alcuni divertimenti che non sarebbero stati alla sua portata. —
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