Il Tirreno

Grosseto

Se rosso non è solo Sangiovese È giunta l’ora di pensare in grande

lina senserini
Se rosso non è solo Sangiovese È giunta l’ora di pensare in grande

Il presidente Mazzei tira le somme al termine del viaggio del Tirreno che tra giugno e dicembre ha fatto tappa in 26 aziende del Consorzio 

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tra i filari

lina senserini

Francesco Mazzei (nella foto), fiorentino, 60 anni, vice presidente e ad della Marchesi Mazzei spa, tra le cui aziende c’è la Tenuta Belguardo, nel comune di Grosseto, dal 2018 guida il Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana e da giugno è presidente di Avito, l’Associazione Vini Toscani Dop e Igp.

È nato da una sua idea il racconto che Il Tirreno ha condotto in questi mesi attraverso il mondo vitivinicolo grossetano, facendo tappa in 26 realtà che fanno parte del consorzio.

«È stata una collaborazione molto positiva – commenta Mazzei – che ha superato le mie attese poiché ha dato spazio alle storie delle aziende e delle persone, che rappresentano il tessuto produttivo vitivinicolo della Maremma, nelle loro mille sfaccettature e diversità. Con un unico appunto: avrei auspicato una maggiore adesione da parte delle aziende socie del consorzio a un progetto che aveva l’obiettivo di dar loro visibilità, soprattutto in questo territorio».

Un bilancio della sua attività come presidente del consorzio?

«Decisamente positivo, nei limiti di ciò che le nostre risorse ci consentono di fare. Siamo un piccolo consorzio, ma ci siamo mossi bene tra le misure di sostegno, abbiamo potuto attingere a diversi finanziamenti che sono stati ben utilizzati. Abbiamo lavorato sodo, il consiglio si è riunito almeno una volta al mese, con una partecipazione importante dei consiglieri, che ringrazio anche in questa sede per il loro impegno. Siamo una realtà giovane, con una strada tutta aperta da percorrere, per cui, in questa fase è relativamente facile progredire, seppure compatibilmente con le nostre risorse».

C’è un aspetto che non ha dato i risultati sperati?

«Avrei voluto fare di più su un tema che mi è molto caro, ma che continua a trovare resistenze da parte delle istituzioni, ovvero modificare il disciplinare della Doc. Sarà uno dei miei due principali obiettivi per il 2020, per dare ulteriori possibilità alla nostra Denominazione di crescere».

Quali sono i limiti del disciplinare e cosa cambierebbe?

«È stato costruito con un criterio che partiva dall’alto, con una forte influenza delle istituzioni, più che dei viticoltori. Per questo non rappresenta la realtà del territorio, i punti di forza della denominazione e la sua ricchezza. Parlando dei rossi, il Sangiovese è indubbiamente importante, ma non è l’unico, perché qui trovano grande espressione altri vitigni che danno ottimi vini. Imporre il 40 per cento di Sangiovese da disciplinare significa non aver capito che bisogna andare oltre, pensare in grande, un Maremma Toscana Rosso che possa rappresentare le punte qualitative, attingendo anche dagli altri varietali, in funzione del terroir e delle scelte del viticoltore, fungendo da traino per tutto il “brand Maremma”. Perché non fare anche qui un taglio bordolese e fregiarlo con la Doc? Ogni vino è diverso e rappresenta il territorio che lo esprime. Affidarsi al Sangiovese, per quanto importante, non solo rischia di lasciare potenzialità inespresse, ma anche di perdere la Doc da parte di una serie di vini che oggi la rivendicano grazie ad una deroga che scade nel 2021».

E il secondo obiettivo del 2020?

«Fin qui abbiamo parlato dei rossi, ma non dobbiamo dimenticare che la Maremma, se si esclude la Sardegna, è la maggiore realtà italiana per la produzione di Vermentino. La Toscana più nota tradizionalmente non è terra di bianchi. Abbiamo l’opportunità di far crescere questo vino portandolo a imporsi sul mercato».

Come vede il ruolo del consorzio nell’ottica della promozione del territorio attraverso il vino?

«Dobbiamo rendere più incisiva la collaborazione con gli altri consorzi della provincia di Grosseto, in particolare quelli del Morellino e del Montecucco, formalizzandola magari in un’associazione che rappresenti un nuovo soggetto giuridico in grado di attrarre e convogliare risorse».

Intende un consorzio unico?

«I tempi non sono ancora maturi, benché simili esperienze stiano dando i loro frutti in Friuli, ad esempio, o nelle Marche. Se l’associazione funziona bene, il passo successivo potrebbe essere il consorzio unico, all’interno del quale ciascuna denominazione rimarrebbe salda e distinta. Può essere un punto di arrivo, ma per ora non ci sono le condizioni».

Come stanno rispondendo le aziende a questi indirizzi?

«C’è entusiasmo, sento dire che finalmente “si muove” qualcosa. Ciò mi riempie di orgoglio e mi stimola a andare avanti su questo percorso fino alla scadenza del mio mandato nel 2021. C’è molto lavoro da fare. Intanto quest’anno la Maremma e la Toscana in generale hanno avuto una grande annata, una vendemmia straordinaria in senso qualitativo e quantitativo, che ripaga di annate meno felici, come il 2017 e i 2018. Godiamoci questo risultato». –



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