Italia
Daou, dalla Costa D’Avorio alla Maremma in cerca di una vita con un po’ di normalità
Ha fatto il meccanico da quando era un bambino. Poi è scappato dal suo Paese sconvolto dalla guerra civile Ora lavora e sogna un posto fisso. «Vorrei anche prendere la patente ma per me è un po’ difficile»
GROSSETO. Quello di Daou Koulibaly, ivoriano ventiquattrenne di Soubré, è il paradigma dei percorsi a zig zag che portano in Italia una fetta d’immigrazione, in questo caso originaria dell’Africa occidentale. Tragitti accidentati, nei quali è difficile distinguere l’immigrato per motivi economici dal profugo per motivi umanitari, ma anche dal perseguitato politico.
La storia in questo caso comincia dal lieto fine. In un grande garage, Etruria Gomme, in via India a Grosseto. Qui Daou sta lavorando da quattro mesi, con un contratto di apprendistato nel settore artigiano (6+6 mesi). Col sogno in tasca di un’assunzione a tempo indeterminato per rifarsi una vita. «Il datore di lavoro è una persona brava e gentile, e i compagni di lavoro sono bravi con me». Dice in un italiano stentato, ma facendo capire chiaramente di sentirsi fortunato. «Quando sono arrivato in Italia ero solo, senza famiglia. Ma ho trovato tante persone che con me sono state gentili e mi hanno aiutato, come fossero una famiglia». Dice sorridendo timidamente.
Il lieto fine vero non è ancora scritto, ma Daou è determinato e fiducioso. «Spero di avere un contratto a tempo indeterminato, poi venire a Grosseto e trovare una casa in affitto. Mi piacerebbe tanto anche prendere la patente, ma non ho studiato e per me è difficile imparare bene l’italiano». Come mi è già capitato, ascolto chi mi dice «è difficile», ma leggo negli occhi «farò anche questa».
D’altra parte la vita di Daou non sembra essere stata proprio in discesa. «Ho iniziato a lavorare come meccanico all’età di sei anni – racconta – Nel 2010 c’è stata la guerra civile dopo le elezioni presidenziali. Mio babbo era un sostenitore di Laurent Gbagbo, ma vinse Alassane Ouattara e i suoi militanti politici hanno iniziato la caccia agli avversari. Mio babbo, due miei fratelli e mia sorella sono stati ammazzati. Mia mamma è scappata in Burkina Faso. Io sono riuscito a espatriare in Niger grazie a un amico che commerciava in pezzi di ricambio e pneumatici per macchine».
Daou aveva all’epoca 16 anni, e ha iniziato una nuova vita. «Sono rimasto in Niger lavorando come meccanico per quattro anni. Poi nel 2015 mi sono trasferito in Libia, nel villaggio di Gadreau vicino a Tripoli, per continuare a fare lo stesso mestiere in un’autofficina di cui era amministratrice una donna. Poi anche lì è arrivata la guerra civile. Un giorno verso mezzanotte sono venuti quattro militari e l’hanno uccisa. Io sono scappato con in braccio suo figlio di tre anni, e l’ho lasciato al fratello di lei a Tripoli. A quel punto dovevo lasciare la Libia. Grazie all’aiuto del fratello della mia datrice di lavoro, che ha pagato 1. 300 euro, sono partito da Tripoli con un gommone per attraversare il Mediterraneo. Durante la traversata ci sono stati dei morti perché le persone cadevano in mare per la stanchezza. Finché non ci ha soccorso la nave di una Ong che ci ha portato in Sicilia. Dopo le procedure d’identificazione mi hanno portato a Grosseto, nel centro di accoglienza di Montorgiali».
Se non ci hai fatto il callo, a sentire certe storie raccontate direttamente da chi le ha vissute sulla propria pelle, si rimane interdetti. Incapaci di fare domande per approfondire, perché chi ti sta davanti e te le riporta, sta con gli occhi bassi e si capisce bene non ne vorrebbe parlarne. Solo a posteriori ti viene in mentre che nei racconti ci sono dei buchi. Rendendoti conto che a volte ci sono omissioni volute. Ma anche nel peggiore dei casi, seppure fosse tutto inventato, sarebbe comunque lo stesso. Perché il Mediterraneo su un gommone l’hanno attraversato in tanti, e se s’inventassero una storia per rimane da questa parte della barriera d’acqua che separa l’Italia dall’Africa, sarebbe comunque un comportamento comprensibile. Ed esemplificativo di quanto certi immigrati sono motivati a venire “di qua”.
Daou è in Italia dal 28 giugno 2017. Come molti altri ha fatto la richiesta di asilo politico, ma il giudice gliela ha rifiutata. Ora è in attesa della sentenza di appello, sperando in ogni caso di ottenere il permesso di soggiorno sussidiario grazie al fatto che ha trovato un lavoro. «Quando sei davanti al giudice – chiosa il suo amico Yaya, che ha accompagnato Daou – può andare bene ma può anche andare male. Dipende dalla fortuna. Ci viene chiesto di portare prove di quello che diciamo, ma voi in Europa non potete capire. Da noi non c’è la Democrazia e vale solo la legge del più forte».
Anche a Daou chiedo se percepisce un clima di razzismo intorno a sé. «Io ho trovato tanti italiani che mi hanno aiutato. Però succede. Nel pullman che viene da Scansano qualche volta c’è una persona anziana che quando vede i ragazzi di colore si tappa il naso. Io gli ho detto che se non vuol vedere i ragazzi neri deve venire in macchina». –
Massimiliano Frascino
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