Il Tirreno

Grosseto

Il Codice rosa celebra 10 anni E ora si prepara a nuove sfide

Pierluigi Sposato
Il Codice rosa celebra 10 anni E ora si prepara a nuove sfide

Affollata la sala riunioni della nuova ala del Misericordia per il convegno a più voci sull’attivazione dei protocolli

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Tanto è stato fatto in dieci anni ma tanto c’è ancora da fare. Così la scritta proiettata sullo schermo della sala riunioni della nuova ala dell’ospedale Misericordia ( “Apertura decennale Codice rosa”) lascia intendere che siamo all’inizio e non certo alla tappa finale. Partito dalla Maremma, in Maremma cerca nuove sfide.

I primi dieci anni del Codice rosa, «l’intuizione di Vittoria Doretti, una donna delle istituzioni visionaria», come l’ha definita la (e ha messo l’accento su quel «la») giudice Paola Di Nicola, è stata l’occasione per fare il bilancio e per lanciare nuovi progetti. È stata l’occasione per vedersi o rivedersi: strette di mano, abbracci, sorrisi, emozioni forti, applausi prolungati. Nella sala, al mattino come al pomeriggio, tanti componenti delle task force e non solo di quelle della nostra provincia. Perché, come ormai tutti sanno, il Codice rosa è un format esportato progressivamente in tutta Italia. Spesso anche senza troppe difficoltà: Simona Dei, «direttora sanitaria», come ha tenuto a precisare, quando era a Pisa disse immediatamente sì a Doretti, che ne rimase sorpresa, venuta a proporre il Codice lì. E la stessa Doretti ricorda che l’attuale direttore generale di Asl sud est, Antonio D’Urso, in ogni suo incarico in Italia ha voluto proporre e imporre il progetto.

Un appuntamento connotato in modo particolare al femminile, quello di ieri, presenti le rappresentanti delle associazioni di tutela delle donne vittime di violenza. Ma c’erano anche tanti uomini: quelli delle forze dell’ordine ma anche quelli del mondo socio sanitario. Perché il Codice rosa coinvolge professionalità e ambiti diversi. Come riassume Doretti, tutto è nato con la presa di coscienza che tutto doveva cambiare «da quando ogni operatore ha rappresentato non solo una competenza, ma una fibra dell’unico nodo centrale che solo se forte e tenace avrebbe potuto reggere il peso di quel grido di dolore e della richiesta di aiuto delle vittime di violenza, per non farlo cadere di nuovo nel vuoto. Oggi posso dire che abbiamo davvero acceso luci in ambiti oscuri».

Donne che comunque hanno ancora paura a denunciare, perché schiave di retaggi e comportamenti maschilisti. Anzi, proprio sui maltrattanti andrebbe studiato - e questo potrebbe essere uno sviluppo del progetto - un percorso di recupero. Ne ha fatto oggetto tra l’altro di intervento la giornalista del Tirreno Ilaria Bonuccelli, che ha ripercorso la nascita della cosiddetta “Carta di Viareggio”, ha parlato delle differenze di trattamento per i risarcimenti di violenza, ha citato casi anche internazionali conclusi con assoluzioni aberranti, ha ricordato infine che «le donne non solo hanno paura di non essere protette (pochissimi i braccialetti elettronici, una vergogna) ma sono terrorizzate da ciò che può succedere dopo che la condanna è stata scontata: gli uomini tornano più arrabbiati di prima».

La prima parte, quella dell’accoglienza e dell’ascolto, è ormai consolidata, almeno in parte. Ne ha parlato la prefetta Cinzia Torraco, che ha indicato il cammino, il rafforzamento del progetto, l’abbandono dei retaggi culturali, il cambio di visione della donna, non più vittima. Dice l’assessora regionale alla salute Stefania Saccardi: «Nato come servizio sanitario, è diventato sempre di più un percorso di tipo sociosanitario: perché una donna non venga poi abbandonata una volta uscita dal pronto soccorso, abbiamo voluto una forte integrazione tra politiche sanitarie e sociali, per assistere anche sul piano psicologico e sociale le persone vittime di violenza».

Però non tutto fila liscio. «La nuova sfida è quella di poter intervenire prima, il prima possibile», ha spiegato Dei. Ha detto la giudice Paola Di Nicola: «Ci sono donne che non denunciano perché temono di perdere il lavoro, che vengano levati i figli; oppure temono di non essere credute; troppo spesso il processo di ritorce contro di loro. Parlo per esperienza, per ciò che vedo e che leggo». Succede anche da noi, nel nostro Tribunale. Perché il disequilibrio di genere è evidente: «Dobbiamo diventare il Paese dei diritti delle donne», in questo stesso Paese dove non esiste la fattispecie giuridica del femminicio, ha concluso Di Nicola. E a quel punto è partito un applauso, lungo, particolarmente lungo. —

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