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Il traguardo del Codice rosa la rete che protegge le vittime

Lina Senserini
Il traguardo del Codice rosa la rete che protegge le vittime

Il percorso di assistenza ideato da Vittoria Doretti, e adottato in molte regioni, festeggia domani il decennale di attività e punta a nuove sfide per il futuro

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Il Codice rosa compie dieci anni e domani celebra il decennale con un evento che ne ripercorre la storia, i risultati e le nuove sfide.

Nato a Grosseto nel 2009 dall’intuizione di Vittoria Doretti, medico dell’allora Asl 9, e del sostituto procuratore della Repubblica Giuseppe Coniglio, sostenuto dal Centro antiviolenza nella persona di Gabriella Lepri, è un percorso speciale per tutte le vittime di violenza, per le donne (in questo caso si definisce “percorso donna”) e per persone vittime di maltrattamenti causati da vulnerabilità e discriminazione (“percorso per le vittime di crimini d’odio”).

Dalla firma del protocollo d’intesa tra la Asl 9 e la Procura della Repubblica di Grosseto, il 16 aprile del 2010, ne è passata di acqua sotto i ponti, il Codice rosa si è esteso prima a tutta la Toscana, poi in gran parte delle regioni, ottenendo forza e riconoscibilità per il “magico effetto domino” che ha saputo generare ovunque sia stato proposto.

La forza di questa idea sta nella capacità di coinvolgere intorno a medici, infermieri, personale sociosanitario, procure e forze dell’ordine, anche un sistema di collaborazioni con il volontariato, i centri antiviolenza, la rete delle sentinelle che intercettano i casi sommersi per combattere un fenomeno ancora presente sulle cronache.

Vittoria Doretti è il deus ex machina di questo progetto, a cui ha dedicato impegno e convinzione, in particolare in questi ultimi dieci anni.

Dottoressa Doretti, come è cambiato il Codice rosa?

«Il Codice rosa è stato definito “liquido”, proprio per la sua capacità di non irrigidirsi su quello che era stato fatto, ma aprendosi sempre alla spinta innovativa, cambiare le procedure, adattarsi al nuovo. Ha saputo crescere e, se questo è avvenuto e oggi tagliamo questo traguardo, lo dobbiamo a tutte le persone e le Istituzioni che ci hanno creduto e sostenuto: la direzione della Asl, i centri, i movimenti delle donne, i volontari».

E cosa ha significato?

«Cambiare continuamente per adattarsi a bisogni sempre diversi, come le nuove forme di violenza e sopraffazione. Si cambia nella forma ma non nei valori. Ovvero fare squadra, tenere la donna al centro, come mi hanno insegnato le operatrici del Centro antiviolenza di Grosseto a cui devo la mia crescita come professionista e come donna. Siamo tanti occhi, ma un unico sguardo verso un unico orizzonte».

Qual è l’eredità più significativa di questi 10 anni?

«La forza della squadra, rimasta immutata da quelle prime 40 persone che nel 2009 costituirono la task force, a tutti coloro che oggi ruotano intorno al Codice rosa, che lo contraddistinguono e lo rendono ogni giorno più forte, al di là della firma di ogni protocollo operativo. Una volta mi sono sentita dire da un personaggio famoso che il Codice rosa lo aveva “infettato”. Il verbo è forte, ma rende bene l’idea del metodo non impositivo del nostro sistema, che smuove la coscienza e fa vedere le cose sotto un altro punto di vista».

E il risultato più importante?

«Aver acceso la luce nel punto più difficile, all’interno dei pronto soccorso, dove le persone che hanno subito violenza trovano una presa in carico e supporto totale».

Quali sono le sfide per il futuro?

«Continuare a lavorare a livello aziendale, regionale e nazionale, sostenere i centri antiviolenza, consolidare la rete e i percorsi di assistenza sul territorio, fare sempre più formazione e informazione, con particolare attenzione alla parte forense. In questo momento, inoltre, stiamo collaborando con gli Ordini regionali dei giornalisti per creare anche altrove la stretta collaborazione che abbiamo trovato a Grosseto, nel modo e nel tempo per dare la notizia, nella forma e nel linguaggio usato». —

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