Il Tirreno

Grosseto

Kaino, portatore di avanguardia in una città incapace di ascoltare

LUCIANA ROCCHI
Kaino, portatore di avanguardia in una città incapace di ascoltare

La morte di Alessandro Serenari e la riflessione della professoressa Luciana Rocchi 

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IL RICORDO

LUCIANA ROCCHI

Ho pensato con malinconia: una morte prematura come tante, Alessandro Serenari un nome ignoto, Kaino inconfondibile, ma per quanti? Lo spazio che gli è stato dedicato su queste pagine e in altri luoghi significa: per tanti.

Le voci che ne parlano, sui media, appartengono in buona parte ai ragazzi che gli “rubarono” la cultura musicale, il rock che portava a Grosseto e diffondeva, negli anni Ottanta. È la cultura dei figli, per la mia generazione, che ne ha un ricordo diverso, nel contesto della realtà sociale e culturale di allora, ma che si interroga anche su una questione più ampia: cultura giovanile e cultura; cultura popolare e Cultura.

I luoghi: Radio Brigante Tiburzi, accanto ad altri – piazze e spazi via via occupati come provvisori inquilini. Li abitavano esperienze spesso “di nicchia”, che erano comunque tutte “fatto popolare”. Accanto alla residua militanza di sinistra a declinazione politica – partiti o movimenti – ieri e oggi in tanti hanno ricordato, degli anni Ottanta, le suggestioni di una cultura, non più sessantottina o sessantottarda, che attingeva ad altri miti.

Ci vuole il tempo di una riflessione meditata per dare forma a quel che ora l’emozione riporta alla luce: una sequenza di fotogrammi staccati. Fra i ragazzi affascinati dalle intuizioni del Kaino (ricordo: sempre con l’articolo), alcuni hanno coltivato la musica e ne hanno fatta una professione. Alcuni hanno cercato di andare oltre, chiedendo spazi per radicare episodici, momentanei entusiasmi in vista di una socialità fondata su quello che dalla musica traevano, idee e valori che sembravano promesse. Altri, come succede, se ne sono andati, forse come Bianciardi “portando via parecchia roba, quasi tutto” quel che hanno.

L’immagine a distanza, ma ancora a caldo, pensando più col cuore (se è concesso) che con la mente, è di ragazzi che avrebbero voluto fare sul serio. Anche loro oggi vedono se stessi allora “più giovani, più belli, più impegnati”, la Grosseto di allora “più bella e più vera di quella città che è diventata oggi”. C’era, eccome, quello che si definisce disagio giovanile, che preoccupava i vecchi, era parte del tempo, qui e altrove.

C’è da rimpiangere la mancanza dell’osmosi fra le generazioni, cultura giovanile e spazi di innovazione possibili. Perché, con tutte le avanguardie musicali che arrivavano qui, con Kaino portatore “senza rimborso spese” (cit.), è nata Arezzo e non Grossetowave? Non so che valore abbia avuto Arezzowave, ma serve per una domanda: se la città non sia stata sorda a stimoli benefici.

Credo che ognuno sia artefice del proprio destino. Ho incontrato Alessandro nella scuola in cui lavorava, in tempi non recentissimi, poi altrove. Non so se fosse felice, non so quanto le sue scelte sarebbero potute essere diverse. Mi chiedo se questa città di quella cultura rock, di quelle aspirazioni giovanili non avrebbe potuto e dovuto fare qualcosa. Chiedo se è stato inevitabile lasciarle sempre più sole. —



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