Gioco
«Come faccio a denunciare?» Richieste al punto informativo
Sono state un centinaio le persone che ieri si sono rivolte alla Polizia di Stato I centri di aiuto trattano 50 casi all’anno, dopo le segnalazioni dei Codici rosa
Anche la Polizia di Stato ha voluto partecipare alla giornata in cui, in tutto il mondo, si celebrava la lotta contro ogni tipo di violenza sulla donna, attraverso lo slogan “...Questo non è amore”.
Un banchetto con stemmi, opuscoli informativi e personale della Questura di Grosseto era presente ieri al Centro commerciale Aurelia Antica, uno dei luoghi più frequentati del capoluogo, allo scopo di sensibilizzare i cittadini verso una delle piaghe più scottanti ed attuali della nostra società. Un modo tangibile per testimoniare la vicinanza, un modo efficace per stabilire un contatto diretto con la gente.
Il risultato è stato quasi davvero confortante quanto forse sorprendente, dicono i responsabili del punto informativo: i grossetani hanno dimostrato di conoscere l’argomento, di seguire le vicende che hanno coinvolto centinaia di donne in Italia, e soprattutto hanno dimostrato di essere interessati. Perché a fine giornata, il personale della seconda sezione della squadra mobile, in divisa, ha contato quasi un centinaio di persone accolte allo stand.
«I cittadini che abbiamo fermato hanno dimostrato una grande consapevolezza del problema – dicono dalla squadra mobile – chiedendoci notizie e dettagli in particolare sulle attività svolte nei centri antiviolenza e sulle modalità di presentazione delle denunce. È giusto seguire questa logica perché è bene, al momento dell’atto illecito, osare e denunciarlo».
Dalle giovani donne con figli alle signore di mezz’età ma anche gli uomini non sono rimasti indifferenti all’inedita iniziativa: tutti si sono avvicinati al banchetto della Polizia per informarsi. «Un anziano si è addirittura meravigliato – proseguono – e si è domandato cosa sarebbe successo se fossero esistiti ai suoi tempi questi meccanismi di difesa nei confronti delle donne, come a dire quanto il fenomeno della violenza di genere abbia purtroppo una lunga storia alle spalle».
Ed è sempre più facile capire, sia fra le quattro mura che dall’esterno, quando esistono i presupposti della violenza. «Le forme di tutela che adottiamo sono preventive – continuano – come la pubblicità ma anche cautelative, quando i primi segni di un possibile abuso si sono verificati». Uno di questi è l’ammonimento che avviene nel caso di una violenza già consumata in parte, grazie a segnalazioni provenienti anche da soggetti estranei al nucleo familiare: qui l’autore della violenza (manifestata anche attraverso atti persecutori) viene convocato in Questura ed invitato a tenere un comportamento corretto.
A fianco della Polizia di Stato si trovavano i membri del Centro antiviolenza di Grosseto, dedicato alla memoria di Elisabetta Fiorilli. Sono 50-60 i casi all’anno trattati dagli operatori del centro. «Poche donne si rivolgono direttamente a noi – spiegano le titolari Mary D’Elia e Susy Esposito – più che altro lo fanno attraverso i cosiddetti Codici rosa. Per loro siamo un centro d’ascolto, le motiviamo a reagire con l’aiuto di nostre psicologhe». Il Centro antiviolenza sostiene le donne quando intraprendono un percorso di ripresa fisico-mentale con le apposite strutture sanitarie e si serve di convenzioni per ospitarle, temporaneamente ed in totale segretezza. —
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