Gioco
«Mai avuto da Capuano soldi in contanti, così decisi di denunciarlo»
Al processo per calunnia parla un imprenditore bolognese la cui azienda era servita dal commercialista follonichese
FOLLONICA. «Io? Io ho avuto danni enormi: le posso dire che la mia casa è all’asta, più tutto il resto. So che al fallimento c’erano 5 milioni di esposizioni con le banche e 3 milioni verso i fornitori». L’imprenditore Giuseppe De Angelis, parte civile con l’avvocato Alberto Bancalà, parla di fronte al giudice Giovanni Puliatti nel processo che vede imputato per calunnia il commercialista follonichese Evans Capuano. Questi era stato incaricato di tenere la contabilità della De Angelis Group srl di Bologna, poi fallita (2014, ortofrutta); nel procedimento civile, Capuano avrebbe dichiarato falsamente secondo l’accusa di aver restituito in contanti a De Angelis (e al socio e poi presidente per tre mesi Riccardo Bolognesi) somme per centinaia e centinaia di migliaia di euro, ricevute per i pagamenti F24 e non impiegati a causa delle compensazioni; quei documenti sarebbero stati abusivamente riempiti da Capuano, che in precedenza si era fatto firmare dei moduli in bianco. Così facendo, il commercialista avrebbe simulato a carico di De Angelis elementi tali da far configurare una bancarotta per distrazione.
Ottimi i rapporti tra De Angelis e Capuano dal 2011 fino al 2013: «Capuano non ci dava i libri contabili e io l’ho denunciato. L’ho denunciato anche per appropriazione indebita». Fu dal curatore fallimentare che De Angelis apprese delle presunte restituzioni in contanti. «Lo studio Capuano non dava prova dei pagamenti effettuati». E ancora: «Mai ricevute somme in contanti da Capuano, anche se le firme in calce ai documenti che mi mostra - dice al pm Anna Pensabene - sembrano le mie».
Versione non dissimile quella resa da Bolognesi, follonichese, che aveva conosciuto De Angelis (il padre, in primis) perché frequentava il mercato di Bologna. Fu lui a mettere in contatto Capuano («con lui c’era un’amicizia fraterna, risaliva al tempo in cui eravamo bambini, ha gestito anche l’azienda della mia famiglia») con la società felsinea. «Da febbraio 2014 non ho più parlato con Capuano né a voce né per telefono, per il danno causato all’azienda; per me fu un colpo mortale». Nemmeno Bolognesi riconosce il contenuto di alcuni dei documenti con la sua firma: «Mai ricevuto somme». All’avvocato Guiscardo Allescia, difensore di Capuano, Bolognesi spiega che nel primo anno di vita il fatturato della società era aumentato ma che i problemi erano iniziati dal secondo, quando alcune aziende servite dal group erano in fallimento. I due imprenditori spiegano che avevano firmato, periodicamente, un certo numero di fogli non propriamente “in bianco” ma comunque non del tutto compilati, nello studio di Capuano. «Per motivi organizzativi, potevano servire per le operazioni immediate, ci venne spiegato».
Un modus operandi confermato dalla ex dipendente Barbara Brogi («me ne andai perché l’ambiente metteva ansia e poi perché arrivavano proteste da parte di clienti che venivano sollecitati da Inps e Inail a pagare importi che credevano di aver già liquidato attraverso lo studio»): «A tutti i clienti veniva fatto firmare un plico, un pacco di fogli non compilati». E perché? «Ci dicevano che doveva essere così, dovevamo dire ai clienti che era per comodità loro». C’era qualcosa che non andava, lì dentro? «Nel tempo ho visto che ad alcuni clienti non veniva fatta la fattura. E noi dipendenti non potevamo dare ai clienti i dettagli di quanto dovevano pagare. C’era un ordine tassativo». C’era anche De Angelis, aggiunge, tra i clienti che protestavano perché non avevano i dettagli dei documenti. Nuova udienza a febbraio. —
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