Il Tirreno

Grosseto

il caso 

Le donne e la maledetta paura che fa ritrattare le accuse

Alfredo Faetti
Le donne e la maledetta paura che fa ritrattare le accuse

Un procedimento per maltrattamenti concluso con l’assoluzione dell’imputato Morucci: «Gioca molto il fattore psicologico, manca la certezza della protezione»

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Il coraggio di denunciare a volte non basta. I maltrattamenti tra le mura domestiche rappresentano un reato difficile da dimostrare: indagini, processi e sentenze si basano nella gran maggioranza dei casi sui racconti delle parti offese. Ma se loro stesse finiscono per ritrattare, ecco che i soprusi appena emersi finiscono per cadere nel vuoto. Un fenomeno frequente, anche a Grosseto, legato alla violenza sulle donne.

«Gioca molto il fattore psicologico», dice la presidente della Commissione Pari Opportunità Lucia Morucci. Ma la natura tecnica dei procedimenti richiede anche risposte tecniche, sostiene la commissaria di Gavorrano nonché avvocata Silvia Muratori, riferendosi a una riflessione da aprire con il legislatore, perché il percorso dalla querela alla sentenza non venga interrotta.

La settimana scorsa nel tribunale di Grosseto si è consumato un episodio esemplificativo, al termine di un processo per maltrattamenti e violenza privata. Il viceprocuratore onorario Alessandro Bonasera ha aperto la sua requisitoria spiegando di trovarsi di fronte a uno dei molti casi in cui la ricostruzione offerta dalla parte offesa in fase di indagine si separa nettamente da quello che è emerso nel corso del dibattimento. «I maltrattamenti non hanno quasi mai prova certa, ma vengono dimostrati durante il dibattimento in aula”, ha spiegato il pm, chiedendo due anni di condanna per l’imputato, accusato di aver maltrattamento la moglie tra il 2011 e il 2012, sulla base di quanto da lei stesso denunciato e confermato nel corso delle indagini.

Ma la storia da lei stessa raccontata è andata pian piano mutando. Nel corso delle udienze, la donna (di origini straniere) ha sostenuto che le forze dell’ordine hanno interpretato male le sue parole nello stilare il verbale di denuncia e che lei comunque non lo aveva compreso in pieno. La difesa dell’imputato, poi, ha rimarcato come la donna, che nel 2012 fu accompagnata da una volontaria del centro antiviolenza a fare denuncia, si sia rivoltata in udienza contro quest’ultima dicendo che «era stata lei a ingrandire tutto». Insomma, gli elementi in mano al pm e alla sua richiesta di condanna a due anni sono venuti meno e il giudice Andrea Stramenga, non avendo altre prove a supporto della tesi, ha assolto l’uomo.

Verità processuali. Ma quello che qui interessa è il meccanismo. Ma cos’è che lo innesca? «La paura torna di nuovo prepotente durante il processo – dice Morucci – Capita che la donna non si sente protetta: quante volte le denunce non vengono ascoltate? E consapevoli di questo le vittime tornano sulle loro posizioni». La presidente ricorda così l’importanza delle reti di aiuto esistenti sul territorio, da Grosseto fino ai centri più piccoli, da Follonica a Orbetello. Ma il meccanismo che porta a ritrattare può essere innescato anche da altri fattori, altrettanto sottili. «Un conto è raccontare tutto a un pm chiusi in una stanza, un altro è all’interno in un’aula dove devi ripercorrere la violenza di fronte a più persone», sostiene Muratori, che da addetta ai lavori guarda anche ad aspetti tecnici. «Il Codice Rosso da poco entrato in vigore qualcosa ha fatto – dice il legale – Già il fatto che possa dare maggior velocità alle indagini è importante». Secondo Muratori, poi, sarebbero importanti anche nuovi interventi legislativi, «mirati – spiega – a fornire strumenti per una maggior produzione di prove durante le indagini, oltre alla testimonianza». —

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