Il Tirreno

Grosseto

“Peppe ’o biond” e lo sfratto dall’albergo Bologna dei Passini

FRANCESCA GORI

Fino al 2006 aveva gestito l’attività a Follonica dove ancora oggi vivono l’ex moglie e i suoi figli. Ad Aversa chiedeva il pizzo sui cantieri 

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FRANCESCA GORI

Giuseppe Di Girolamo, sessant’anni, all’inizio del Duemila aveva scelto la città del Golfo per portare avanti i suoi affari, lontano da Aversa, dove era nato e cresciuto e dove aveva percorso tutte le tappe che lo avevano portato ad essere considerato uno dei personaggi di spicco della Nuova camorra organizzata. Per il reato associativo, è stato condannato, così come per omicidio ed estorsione. Ed era proprio quest’ultimo settore quello in cui Di Girolamo sembrava muoversi meglio: andava sui cantieri a chiedere il pizzo. Ma queste attività, “Peppe’o biond”, cutoliano di ferro, le svolgeva nella sua città d’origine. A Follonica, dove secondo le indagini della Dia di Firenze e della Dda di Napoli, arrivavano i soldi da lavare, il sessantenne nei primi anni del Duemila, era subentrato alla gestione dell’allora albergo Bologna, oggi La bella’mbriana, che in napoletano significa “lo spirito benevolo della casa”. Dopo la gestione Di Girolamo, finita con uno sfratto esecutivo nel 2008, quando all’albergo si presentarono i carabinieri di Follonica, l’ufficiale giudiziario e Silvio Passini, che con la sua famiglia era proprietario della struttura. Di Girolamo, per mesi, non aveva pagato l’affitto. E alle rimostranze di chi quell’albergo, l’unico quattro stelle sul Golfo, lo aveva tirato su mattone dopo mattone. «E perché dovrei pagare l’affitto? », chiese allora uno stupito Di Girolamo. Non voleva farlo perché probabilmente, ad Aversa, nessuno gli avrebbe chiesto di farlo. Nel 2010 fu arrestato di nuovo, questa volta per estorsione. Secondo le indagini della Dda, il sessantenne riciclava denaro, assegni e titoli di credito di notevole valore, frutto delle attività estorsive, grazie una società costituita per gestire una lavanderia, l’albergo di Follonica e un negozio di fiori ad Aversa, risultate però attività commerciali di copertura.

Ritenuto il capo del gruppo criminale, accusato di imporre tangenti a commercianti ed imprenditori della zona aversana per le festività di Natale, Pasqua e Ferragosto, Peppe’o biondo, nel periodo in cui ha vissuto a Follonica, avrebbe impartito ordini agli affiliati, segnalando anche commercianti e gli imprenditori da sottoporre ad estorsione. Un’attività che non avrebbe lasciato nemmeno quando si è dichiarato collaboratore di giustizia, senza però ottenere il sistema di protezione previsto per i pentiti della criminalità organizzata. Giuseppe e Pasquale Di Girolamo sono fratelli del più noto Carmine, detto o “sbirro” , accusato di avere corrotto poliziotti e carabinieri per avere collaborazione per la sua attività criminale. Carmine balzò alla ribalta delle cronache per la sua fuga dal carcere di Padova, compiuta il 16 giugno del 1994, insieme a Felice Maniero, detto “Faccia d’Angelo” , capo della mala della Riviera del Brenta.

A Follonica, l’albergo ex Bologna era gestito attraverso una società, la Sogeas, intestata all’ex moglie: anche questa è stata posta sotto sequestro dalla Dia, insieme a tre immobili ad Aversa e a conti corrente, in Italia e all’estero che facevano alzare di molto la capacità reddituale dell’uomo. Di Girolamo insomma, poteva fare la bella vita grazie alle disponibilità che aveva ma al fisco, tutti quei soldi, non venivano dichiarati. Per questo gli uomini della Dia di Firenze che hanno tenuto d’occhio i movimenti di denaro dell’uomo negli anni, sono riusciti ad ottenere l’applicazione del sequestro preventivo dei beni.

Nella città del golfo, dove più volte è stata segnalata la presenza di persone legate alla criminalità organizzata, Di Girolamo non ha mai frequentato luoghi particolari. È una presenza silenziosa, in città, che viaggia sottotraccia, senza dare troppo nell’occhio.

Già condannato, nel 1997, dalla Corte di Assise d’Appello di Napoli a tre anni di reclusione per appartenenza alla “nuova camorra organizzata”, viene nuovamente condannato, nel 2000, dallo stesso tribunale a dieci anni di reclusione per omicidio. Alternando periodi di carcere ad altri di semilibertà, arriva a Follonica dove non ha mai commesso reati di stampo camorristico. Quelli, erano riservati al territorio del Casertano dove l’uomo è nato e dove ha cominciato a muovere i primi passi proprio insieme ai Casalesi.

Ulteriori condanne, anche per associazione camorristica, hanno generato nei suoi confronti un cumulo di pena pari a 18 anni di reclusione, terminati nel 2016.

Da qualche tempo però, di Di Girolamo, almeno a Follonica, sembra si siano perse le tracce: il sessantenne che prima si faceva vedere più spesso, ora capita di rado. E probabilmente, soltanto per andare a trovare i suoi familiari, i suoi figli che hanno scelto di restare a vivere con la madre nella città del golfo. Una città che non è nuova a queste vicende: solo un anno e mezzo fa, in via Matteotti, Raffaele Papa impugnò una pistola e fece fuoco contro Salvatore De Simone, uccidendolo e contro suo fratello Massimiliano De Simone e Paola Martinozzi, ferendoli in maniera gravissima. Al trentaduenne non è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso: il ragazzo è il figlio di Antonio, ex vicesindaco di Grazzanise: fu sospeso dal Prefetto perché coinvolto in un’indagine su un boss locale. —

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