Gioco
Nel Grossetano è pieno inverno demografico E pochi figli significa un’economia più fragile
Tasso d’occupazione femminile non esaltante e servizi alla famiglia insufficienti o costosi sembrano alla base della scelta di non avere bambini
L’ANALISI
MASSIMILIANO
FRASCINO
AAA Maremma e Amiata, creature cercansi. Disperatamente.
Da qualunque angolatura la si prenda, la questione demografica nel Grossetano è drammatica.
In una terra storicamente poco insediata, oggi il cosiddetto «inverno demografico» – definito tale dal rapporto appena presentato dalla Camera di commercio – è una delle emergenze principali. Anche perché ha evidenti connessioni di causa/effetto con il contesto di fragilità economica.
Molto peggio che nel resto d’Italia e della Toscana, in questo territorio non si fanno figli.
E chi pensa basterebbe avere più nidi e materne accessibili, coltiva una pia illusione.
In concreto nel breve e medio periodo solo un incremento dell’immigrazione può contribuire a una ripresina demografica. Che comunque, come dice il rapporto, non basterebbe a riportare all’equilibrio tra morti e neonati.
A influire sulla diminuzione impressionante delle nascite infatti sono due elementi, più di altri.
La correlazione tra livello d’istruzione più elevato e maggiore accesso al lavoro delle donne, e le «strategie riproduttive» orientate a non fare figli.
Poi la diminuzione quantitativa di donne in età fertile (convenzionalmente dai 15 ai 49 anni), in conseguenza del progressivo ingresso in menopausa delle donne figlie del baby boom degli anni Sessanta. E della contrazione dei contingenti (coorti) di giovani donne a seguito della diminuzione delle nascite a partire dalla metà degli anni Settanta.
Poi ci sono altri fattori, come la fuga dalla provincia di molti giovani tra i venti e i trent’anni alla ricerca di occasioni di lavoro soddisfacenti, e un mercato del lavoro stagnante che offre in grande maggioranza “lavoretti” stagionali o lavori con basse retribuzioni.
Due numeri aiutano a capire meglio la dimensione del problema demografico. Nel Grossetano il tasso di fertilità (il numero medio di figli per donna in età fertile) è di 1,2, a fronte di 1,29 in Toscana e 1,32 in Italia.
Peccato che sarebbe necessario un tasso di 2,1 nascite per donna a garantire il «livello di sostituzione» delle generazioni, e a prevenire il declino della popolazione.
Detto in altre parole: il tasso di natalità maremmano è di 6,12 neonati ogni mille abitanti. Inferiore a quelli medi regionale (11,64 per mille) e nazionale (10,48 per mille). Una difficoltà strutturale che ha il proprio contraltare nell’indice di vecchiaia, che misura il rapporto tra chi ha più di 65 anni e chi ne ha meno di 15, pari a 243 punti, con una media regionale di 204 punti e una nazionale di 173.
La variabile demografica resta quindi per questo territorio in particolare – ma anche in Italia – una pesante bomba a orologeria, soprattutto per la sostenibilità del welfare: pensioni e sanità, infatti, sono pagate dai lavoratori attivi.
Qual è la soluzione, se ce n’è una?
Intanto non fare demagogia sull’invasione che non c’è. Il tasso di fertilità delle donne straniere è più alto di quello delle italiane, 1,95 a fronte di 1,32, ma comunque inferiore al 2,1 che sarebbe il minimo necessario per garantire l’equilibrio fra generazioni. E fra l’altro le donne straniere nel medio periodo convergono verso i tassi di fertilità delle autoctone.
Poi bisogna prendere atto che – come certificato da sociologi e demografi – nei Paesi avanzati il calo delle nascite è conseguenza di un profondo mutamento culturale che influenza la pianificazione riproduttiva. Favorendo le famiglie mononucleari e con pochi figli.
Infine bisogna considerare che la correlazione, in tutti i Paesi Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che conta 57 Stati in tre continenti), tra tasso di occupazione femminile (e innalzamento dei livelli d’istruzione) e tasso di fecondità si è certamente rafforzata nel tempo, ma le politiche di sostegno economico e di servizi alla famiglia possono incentivare la natalità. Anche se queste politiche non hanno lo stesso effetto in contesti diversi.
Nel nord e centro Italia, dove c’è più lavoro e le donne lavorano molto, l’aumento dei servizi all’infanzia ha incrementato le nascite. Nel sud Italia, invece, anche dove è cresciuta l’occupazione spesso è diminuita la natalità.
Non c’è una formula magica. A Grosseto, al di là della tendenza di fondo, sembra esserci una correlazione tra crisi economica, tasso d’occupazione femminile non esaltante e servizi alla famiglia insufficienti o costosi.
Gli unici che continuano ad arrivare e a fare figli sono gli immigrati, che nelle scuole maremmane complessivamente superano il 12% del totale degli studenti. Senza di loro siamo fritti. Anzi, ce ne vorrebbero molti di più. Perché non bastano a compensare. —
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