Sicurezza
Decreto d’espulsione firmato da Salvini «Non è più ministro, fatemi rientrare»
Zeijnula Sadiki, imam della comunità islamica albanese è in Macedonia: l’indagine a suo carico era stata archiviata
Il decreto di espulsione con il quale Zeijnula Sadiki, l’imam della comunità musulmana albanese di Grosseto, era stato firmato dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ora che il suo posto è occupato da Luciana Lamorgese, il trentunenne chiede di poter tornare a Grosseto. L’indagine per presunta attività di terrorismo era già stata archiviata dal giudice per le indagini preliminari di Firenze quando l’ex ministro aveva firmato il decreto di espulsione: era stata la Digos della Questura ad accompagnare l’imam all’aeroporto per il rimpatrio. Ora Sadiki è a Skopje, in Macedonia: anche sua moglie e le sue due figlie, entrambe nate all’ospedale di Grosseto, sono tornate nel loro paese d’origine. «Vorrei tornare a Grosseto - dice l’imam - Ho vissuto dieci anni a Grosseto e undici in totale in Italia, senza mai combinare guai. La vita migliore l’ho avuta proprio in Maremma. È un’ingiustizia che mi sia negato il diritto di rientrare».
Nel 2016 l’imam era stato indagato dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze: per due anni la Digos della Questura di Grosseto gli era stata addosso. L’unica colpa del trentunenne, che per dieci anni ha vissuto a Grosseto, è stata quella di aver unito in matrimonio Maria Giulia Sergio, la prima “foreign fighters” italiana con il marito Aldo Kobuzi, entrambi partiti poi per la Siria per combattere al fianco dei militari dell’Isis. «Io non ho mai avuto nulla a che fare con loro - dice ancora - Ho saputo quello che avevano fatto quando sono scattati gli arresti a Scansano e la notizia è arrivata in tv e sui giornali. Io e la mia famiglia in Italia ci siamo sempre comportati onestamente: lavoravo e mi prendevo cura della comunità musulmana albanese come imam, non ho mai fatto altro che questo». Seguito dall’avvocato Adriano Galli, Sadiki aveva chiesto la sospensiva dell’ordine di espulsione al tar. Richiesta che però è stata respinta dai giudici. Poi è stata la volta del Consiglio di Stato, che ha fatto la stessa scelta. «Non ci resta che andare fino alla Corte internazionale per i diritti dell’uomo», dice Sadiki. «Da quando è venuta fuori tutta questa situazione - spiega - la mia vita è stata rovinata. Sia in Italia che in Macedonia, quando è emersa la vicenda che mi ha riguardato senza che però io avessi mai avuto nulla a che fare con i terroristi, la gente ha cominciato a nutrire pregiudizi nei miei confronti. Me ne accorgo, mi guardano con occhi diversi».
Il giudice per le indagini preliminari di Firenze su richiesta degli stessi procuratori della Dda che hanno coordinato le indagini della polizia sulla presenza di persone che facevano parte, a vario titolo, dell’Isis e che vivevano a Grosseto, ha firmato l’archiviazione. Però il Consiglio di Stato ha di nuovo indicato Sadiki come pericoloso per la sicurezza dello Stato anche se non c’è niente che lo provi.
L’imam del centro islamico albanese di via Genova lavorava nei campi e nei boschi, come molti altri macedoni. «In Italia il ruolo di imam non viene riconosciuto - spiega - Per questo ho sempre lavorato producendo un reddito che mi permetteva di vivere e sostenere anche la mia famiglia, mia moglie e le mie figlie». Anche loro, come il trentunenne, sono state travolte dalla vergogna per le accuse mosse all’uomo. «Mia moglie e le mie figlie sono tornate in Macedonia perché non avevano alcun sostentamento in Italia - aggiunge - ma vogliamo tornare in Italia. Ci rivolgeremo alla Corte europea di diritti dell’uomo, perché è ingiusto che ci sia vietato di rientrare visto che io non ho ami fatto niente. In Italia i diritti umani vengono rispettati e c’è maggiore libertà: voglio crescere le mie figlie in un Paese così, anche se io ho subito questa ingiustizia che per me è ancora inspiegabile. Sono accusato di terrorismo, ma non ho mai avuto nulla a che fare con quella gente».
La battaglia di Sadiki non è ancora finita né vinta: il trentunenne ha deciso di andare avanti. «Non ho mai avuto contatti con i terroristi - dice - Anche in Macedonia, ora, quelli che erano miei amici mi guardano con sospetto e questo non è giusto. Io non ho mai avuto nulla a che fare con l’Isis, non è giusto che subisca tutto quello che mi stanno facendo». —
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