Sicurezza
Uccise la compagna e la fece sparire, Bertini sconterà 16 anni e mezzo
La Cassazione ha rigettato l’appello presentato dal legale. Il tecnico informatico ha scritto ai familiari della donna
Per due volte, i giudici della Suprema corte si sono trovati a dover decidere sull’omicidio di Irina Meynster, la donna uccisa nel 2013 in via Ansedonia dal suo compagno Sergio Bertini. La prima volta, la Cassazione ha fatto cadere la motivazione dell’aggravante della premeditazione.
Questa volta, interpellata dall’avvocato Tommaso Galletti, che ha difeso Sergio Bertini, il tecnico informatico di 53 anni fin dal giorno del suo arresto, è stata chiamata a dover decidere se le attenuanti generiche fossero prevalenti sulle aggravanti, visto appunto che la premeditazione era ormai stata eliminata. Il procuratore generale aveva chiesto l’inammissibilità, ma i giudici della Suprema corte hanno dichiarato ammissibile la richiesta del legale ma l’hanno rigettata: Sergio Bertini dovrà scontare sedici anni e mezzo di carcere per aver ucciso la sua compagna Irina e aver tentato di far sparire il cadavere gettandolo in un dirupo a Punta Ciana, dove, se non fosse stato trovato da due cacciatori, sarebbe stato mangiato dai cinghiali. Se il ricorso presentato da Galletti fosse stato accolto, il fascicolo sarebbe tornato in Corte d’appello e qui i giudici avrebbero dovuto riformulare la pena abbassandola fino a 11 anni. Il tecnico informatico, rinchiuso nel carcere di Massa Carrara da anni, potrebbe ora chiedere lo sconto di pena sulla base della legge Gozzini: in questo modo, potrebbe accorciare il periodo di detenzione di circa tre mesi per ciascun anno.
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Dalla sua cella, il cinquantatreenne scrisse una lettera ai familiari della donna uccisa, per chiedere loro scusa e ha manifestato la volontà, una volta scontata la sua pena e una volta uscito dal carcere, di andare in Russia per incontrarli. Una volontà che l’uomo ha manifestato più volte al suo avvocato. Quando Sergio parla di Irina, a distanza di sei anni da quel 13 ottobre, quando scoppiò la lite nell’appartamento, quando lui la strinse così forte al collo da ucciderla. «Volevo solo abbracciarla», confessò giorni dopo ai carabinieri, quando il depistaggio che aveva maldestramente tentato di mettere in piedi si infranse contro la scoperta fatta da due cacciatori, che sentirono l’odore acre di morte passeggiando su un sentiero a Cala Purgatorio, sul promontorio dell’Argentario.
Irina fu trovata lì: nuda, nascosta dai rovi. Di fronte al suo corpo, di fronte a quei capelli biondi, non troppo lisci né tropo ricci, sporcati dalla terra che aveva accolto il suo cadavere, era crollato, confessando l’omicidio. Irina voleva lasciarlo, lui invece questa ipotesi non l’avrebbe mai presa in considerazione. L’amore non c’entrava niente con quell’abbraccio di morte. Bertini piange continuamente, in carcere. Piange ogni volta che parla di lei, ogni volta che pensa a quello che ha fatto. Era stato condannato dal tribunale di Grosseto a trent’anni di carcere. Poi, in appello, si erano ridotti a 19. Con la caduta dell’aggravante della premeditazione, il tecnico informatico grossetano dovrà restare in carcere 16 anni e mezzo: sei li ha già scontati: se farà appello alla legge Gozzini, ora, la pena potrebbe ridursi ancora. —
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