Il dolore
Acquarelli d’artista e aforismi per le etichette “Colours” 2019
Avrebbe potuto lavorare a Piazza Affari ma la vita l’ha portato altrove In un luogo di grande bellezza, oggi Luca Petri produce raffinati vini
tra i filari
lina senserini
Nasce nella seconda metà degli Anni ’50 l’azienda La Pieve quando Emilio Petri, nonno di Luca, acquistò 250 ettari di terreno a Stribugliano, con casali, qualche ettaro di vigna e 300 piante di olivi. Emilio, in realtà, era un commerciante di quelli che un tempo si spostavano con un camioncino, acquistando merce da una parte e rivendendola in un’altra, rifornendosi dai contadini e rifornendoli dei prodotti che non si potevano reperire nelle campagne. Grazie al gran lavoro e al fiuto per gli affari, era riuscito a mettere insieme una discreta somma di denaro che aveva deciso di investire in agricoltura. Ma la terra non era la sua passione, così, appena poteva, se ne scappava sul suo camioncino a fare quello che sempre aveva fatto, comprare e rivendere. Così, quando negli Anni ’90, ormai anziano e con problemi di salute, passò le redini della Pieve al figlio Loreno, l’azienda non era in buone condizioni: i casali erano semidistrutti, l’attrezzatura in malora e le coltivazioni abbandonate. Loreno, che a differenza del padre, aveva una grande passione per la campagna, allora lavorava in banca a Grosseto, ma andava a Stribugliano in ogni momento libero. A pochi anni dalla pensione e con l’azienda agricola da rimettere in piedi, chiese al figlio Luca, laureando in Scienze economiche e bancarie, di dargli una mano.
«La mia vita ha preso tutta un’altra strada – racconta Luca Petri, che si stava specializzando in borsa e finanza e si immaginava in giacca e cravatta a Piazza Affari – non appena mi sono rimboccato le maniche e ho cominciato a lavorare in azienda». Appesa la laurea al chiodo, con un certo rammarico della mamma, Luca dal 1994 ha cominciato a dedicarsi anima e corpo a rimettere in piedi la Pieve, a partire dall’acquisto delle macchine, la ristrutturazione dei casali, l’impianto degli oliveti. «In quegli anni – spiega – si cominciava a parlare di agriturismo, l’agricoltura era un settore di interesse, con molte forme di finanziamenti e sostegno economico che offrivano opportunità di sviluppo. I miei studi mi avevano dato l’esperienza necessaria per orientarmi nel mare magnum delle opportunità, la politica si muoveva molto per sostenere le aziende, gli amministratori del territorio si adoperavano per individuare le forme più vantaggiose di finanziamento che l’Europa metteva a disposizione». Acquistate le macchine, Luca Petri decise di provare con l’agriturismo, realizzando i primi sei appartamenti, cui se ne sono aggiunti negli anni altri cinque. «Anche se il fiore all’occhiello – dice con una punta di orgoglio – è la costruzione, nel 2014, di una piscina architettonica (nella foto) che, grazie a un raffinato progetto ambientale, vale da sola il soggiorno da noi».
Sul versante agricoltura la prima importane operazione è stata l’impianto di un migliaio di olivi, che poi sono arrivati a 14 mila, cui si è aggiunta la ristrutturazione del piccolo frantoio vicino a Stribugliano. A partire dal 2007, sono state fatte le vigne (circa un ettaro e mezzo), per la produzione di tre vini base, usciti nel 2011. «L’azienda era certificata biologica già dal 2000 – dice Luca Petri – e quando abbiamo cominciato a produrre anche vino biologico ci siamo resi conto che poteva diventare un business importante da affiancare alla ricettività e all’olio. Ma anche in questo caso mancavano molte cose. L’uva in primis, la cantina in seconda battuta. Da qui la decisione di portare a 15 gli ettari vitati, cui ne abbiamo aggiunti sei in affitto, e di investire nella struttura di trasformazione. Nel 2009 abbiamo costruito la cantina e il frantoio a Arcille, investendo in macchinari che rispettassero gli standard internazionali per la sicurezza e l’igiene». Contestualmente alla scelta di spostare l’amministrazione nel nuovo polo logistico e produttivo, Petri ha cominciato a investire nella salvaguardia dell’ambiente, attraverso attività di rimboschimento di superfici non più utili all’agricoltura e realizzando impianti per fonti rinnovabili, in grado di produrre 1.000 mw all’anno e coprire il fabbisogno energetico aziendale. Negli ultimi due anni, inoltre, è stata fatta la scelta, nel settore vitivinicolo, di puntare su una nuova serie di etichette e su produzioni particolari, meno usuali sul mercato. Nel 2018, è uscito il rosso Doc Maremma dal nome evocativo Essentia, un taglio bordolese biologico senza solfiti, che sta diventando il vino di punta, grazie all’alta qualità e al gradimento del mercato. «Contemporaneamente – spiega – abbiamo deciso di raccontare, con il vino, i colori della Maremma, che in ogni stagione dell’anno offre una tavolozza di rara bellezza e particolarità. È nata così la serie di etichette “Colours”, uscita nel 2019 e che è piaciuta moltissimo, nel contenuto e nella forma. Le bottiglie non sono le usuali bordolesi, ogni etichetta è stata disegnata dai pittori dell’Associazione degli acquarellisti grossetani. A ogni vino è stato attribuito un nome legato a un colore, con una scelta anche filosofica se vogliamo, accompagnando ogni etichetta con una aforisma legato alle caratteristiche del vino». Ecco allora, tutti da gustare, Rosso vita, Sangiovese in purezza, Rosso autunno, Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, Biancoluna, un blend di Vermentino, Verdicchio e Sauvignon Blanc. Infine il rosé, Rosa selvatica, appunto, ottenuto da Syrah in purezza. —
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