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Vita e sogni di Rachid, arrivato dal Marocco: "Al lavoro siamo come una grande famiglia"

Massimiliano Frascino
Vita e sogni di Rachid, arrivato dal Marocco: "Al lavoro siamo come una grande famiglia"

Abita a Grosseto dal 2002 e fa l’elettricista. In azienda il suo titolare ha sempre messo tutti sullo stesso piano, valutando valore e competenza 

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GROSSETO. «Al lavoro siamo tutti nella stessa pozzanghera. Si tribola e ci si dà una mano tutti insieme. Non ho mai avuto problemi di razzismo con i miei colleghi. Siamo come una grande famiglia, e quando qualcuno finisce gli anni porta da mangiare e si fa festa». Basterebbero queste parole di Rachid Khouribech, elettricista italiano di origine marocchina, per riassumere uno dei temi centrali nel dibattito sull’immigrazione. Sulla cosiddetta “invasione” degli extracomunitari. Che peraltro sono solo la metà degli oltre cinque milioni di stranieri che vivono e lavorano in Italia.

Ascoltando Rachid riaffiorano le parole una volta ascoltate dal segretario della Cgil maremmana, Claudio Renzetti: «Quando parlo con le persone nei luoghi di lavoro, il razzismo quasi non esiste. Il lavoro è una livella sociale che mette tutti sullo stesso piano».

Rachid è in Italia, a Grosseto, ormai dal 2002. Quando è arrivato aveva 17 anni e non ha avuto il tempo di studiare perché c’era da dare una mano al babbo, che da vent’anni lavora come operaio alla discarica delle Strillaie, per contribuire all’economia familiare. Con la mamma a occuparsi della casa e dei tre fratelli più piccoli, Aziza, Idriss e Alì, che invece hanno frequentato le scuole grossetane. Oggi tutti lavorano.

«Io e mio fratello Idriss lavoriamo come elettricisti per l’impresa grossetana Stanganini. Non abbiamo mai subito comportamenti discriminatori per il colore della nostra pelle o per la nostra religione. Credo che questo sia dipeso anche dall’atteggiamento del nostro datore di lavoro. Che ci ha sempre messi tutti sullo stesso piano, valutando solo impegno e competenza. Oggi in azienda lavoriamo in 23 di cui siamo in tre di origine straniera: io, mio fratello e un ragazzo russo. Anche se in passato altri dipendenti non erano italiani».

Rachid ha anche le idee chiare sul contesto economico e sulla sua evoluzione. «Spesso sento dire che gli stranieri rubano il lavoro agli italiani, ma non è così. Quando io ho iniziato a fare l’apprendista per imparare il mestiere di elettricista, nel 2004, poi quattro anni per essere assunto a tempo indeterminato, le imprese non trovavano italiani disponibili a diventare elettricisti, idraulici o muratori. Perché i ragazzi non avevano voglia di fare lavori faticosi, dove ci si sporca e si rischia di farsi male. Io il lavoro non l’ho rubato a nessuno». Oggi avverte che la situazione è diversa, e lo spiega in perfetto slang maremmano: «l’economia è statica e non la pintano pe’ alzalla. Chi tribola tribola, e chi campa, campa. La gente tribola davvero e non ci so’ aiuti per le imprese». Da qui a ragionare di costo della vita il passo è breve. «Chi lavora spende tutto per campare. Io ho sempre avuto un lavoro fisso e quindi mi sono abituato a fare con quello che entra; se avessi più soldi mi comprerei una casa. Ma non è così per tutti. Conosco tante persone che lavorano in agricoltura e per loro è più difficile. Perché vengono pagati solo quando lavorano, e se piove non lavori». Anche in questo caso torna il tema della presunta concorrenza con gli italiani: «in agricoltura gli italiani non vogliono lavorare perché è faticoso e pagano per pochi mesi. Anche molti stranieri appena possono cambiano settore, e le aziende si trovano senza manodopera qualificata».

Rachid è italiano dal 2015. Ha la doppia cittadinanza ma si sente ancora per diversi motivi “straniero in patria”. «Io ho la cittadinanza italiana ma troppo spesso le persone giudicano in base a pregiudizi basati sul colore della pelle».

E racconta un episodio recente di atteggiamento discriminatorio che ha dovuto subire, ma al quale ha saputo reagire con prontezza. «La cosa si è chiusa lì, ma non è stato piacevole». Come molti migranti vive una doppia vita, con sentimenti contrastanti. «Ormai ho vissuto più di metà della mia vita in Italia, ma penso di tornare di là perché quello con la terra madre è un legame forte. Anche se quando torno a volte mi mancano le parole nella mia madre lingua, e ho qualche difficoltà a conciliare aspetti culturali diversi tra i due Paesi».

Ad ogni modo Rachid è ottimista sul futuro, ed è convinto che in termini di integrazione le cose non potranno che migliorare. «Lo vedo con le mie figlie che sono nate qui a Grosseto. I giovani sono molto più abituati alle differenze di colore della pelle, di cultura e di religione. Non hanno i problemi e i pregiudizi degli adulti. Sono sicuro che le mie figlie vivranno in Italia, perché anche se la loro cultura d’origine è marocchina sono italiane a tutti gli effetti, e come tali si comportano». Di se stesso dice che purtroppo frequenta pochi altri Italiani fuori dal lavoro, «che prende quasi tutto il tempo della giornata».

Ma le relazioni coi vicini di casa sono ottime. «Viviamo a Roselle, vicino alla chiesa. Coi coinquilini c’è un bel rapporto e ogni volta che c’è da risolvere un problema comune ci confrontiamo e collaboriamo. Anche le bambine e mia moglie sono perfettamente inserite nella comunità, e con gli altri genitori c’è uno scambio di attenzioni e ci diamo una mano quando c’è da tenere i bimbi».

La chiacchierata si chiude con un arrivederci. Sono gli ultimi giorni di lavoro prima di un periodo di ferie da trascorrere in Marocco, Rachid ha da fare un sacco di cose. «So’ di fori come una terrazza», mi dice.

Quando si parla di immigrazione bisognerebbe almeno fare lo sforzo di capire le motivazioni di chi lascia il proprio Paese. «Se due persone sono allo stesso tavolo l’una di fronte all’altra e una scrive su un foglio un 6, l’altra persona lo leggerà come un 9. Ma in effetti è un 6». È la metafora che Rachid Khouribech utilizza per spiegare punti di vista che sembrano inconciliabili, ma non lo sono.

«In Marocco nessuno, o comunque quasi nessuno, muore di fame. Chi viene qui in Italia lo fa perché insegue un sogno di benessere, ma soprattutto di autorealizzazione. Di là - dice alludendo alla madrepatria – non c’è la libertà che ho trovato qui, c’è corruzione, se hai i soldi di famiglia ce la fai, sennò, anche se hai studiato, senza raccomandazioni o tangenti hai la strada sbarrata. Rimani dove sei. I giovani non si sentono valorizzati. Sanno di non potersi realizzare come persone.


 

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