Il Tirreno

Grosseto

il caso 

«Sono innocente e riuscirò a dimostrarlo Ma il giorno dell’arresto non lo dimentico»

Pierluigi Sposato
«Sono innocente e riuscirò a dimostrarlo Ma il giorno dell’arresto non lo dimentico»

Bledi Kaja era stato raggiunto al Giglio, dove lavora, da un mandato europeo arrivato dal Belgio per una serie di furti

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ISOLA DEL GIGLIO. «Non mi dimenticherò mai quel giorno. Era il 22 giugno, un sabato, e a Giglio Castello era in programma la “Notte d’Amore”: quel pomeriggio mi arrestarono. E mi portarono via in manette, mani dietro alla schiena, davanti alle mie figlie, davanti a tutti. Venni fatto passare per un latitante? Io? Io che ho preso un ristorante al Giglio e il mio nome risulta dappertutto? In un’isola da cui si può scappare a nuoto?».

Bledi Kaja, 35 anni, nativo di Durazzo e da anni in Italia, è stato scarcerato con obblighi dopo l’esecuzione di un mandato europeo, arrivato dal Belgio. Non all’estradizione, insomma. Associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti, fatti del 2018, un procedimento che lo vede imputato in base a un documento d’identità spuntato fuori nel corso delle indagini. La vicenda non è finita e Kaja sa bene che l’incubo potrebbe avere un esito tutt’altro che positivo per lui. Non solo in Belgio, dove il procedimento rimane aperto pur se il giudice italiano ha disposto la liberazione, ma anche al Tribunale di Grosseto, dove sono pendenti un fascicolo per droga di qualche anno fa e uno più recente per un’aggressione, oggetto di appello dopo la condanna. «Ma in Belgio io non ho fatto niente! Mai stato lì. Io mi sono sentito umiliato. Il ristorante che ho preso a Giglio Castello ha visto una diminuzione degli affari. Io sono innocente».

Kaja, partiamo dall’inizio...

«Erano più o meno le 16.30 – racconta parlando nello studio del suo avvocato, Roberto Cerboni – Dovevamo addobbare il mio ristorante, “L’Isolana”, sul tema della festa. Vidi arrivare la polizia municipale e la polizia di stato, credo fossero in sei. Io ero tranquillo. Loro mi dissero “ti dobbiamo arrestare, mentre andiamo in Questura ti spieghiamo”. Io caddi dalle nuvole: “Fatemi capire”. Mi misero le manette, il cameriere e il cuoco videro tutto, così anche le mie due figlie, di 3 e 7 anni, che si misero a piangere. Io continuavo a non capire».

Sì, magari la procedura non è diversa da quella di tanti altri arresti, del resto c’erano anche dei precedenti…

«Sì, ma tutti mi videro in manette mentre facevamo quei cento metri scarsi per arrivare alle auto della polizia. Mai provato un senso di vergogna simile. In auto mi chiedevano quanti chili di droga avevo portato. E io non capivo…»

Questo a causa del vecchio procedimento?

«Sì, immagino. Ma io non avevo fatto nulla, in questo caso, ne ero sicuro. Alla fine mi dissero che era un mandato d’arresto dal Belgio: io non sono mai stato in Belgio. Sempre in manette mi fecero salire sulla motovedetta della guardia di finanza, a Porto S.Stefano trovai i carabinieri. In Questura non mi fecero vedere nulla. Erano più o meno le 21 quando entrai in carcere. Era il 22: io solo il 25 – l’avvocato Cerboni annuisce - seppi di cosa mi stavano accusando: i furti. Quando seppi che i reati erano stati commessi a marzo e aprile 2018 tirai un sospiro di sollievo: ho le prove, eravamo qui, a Grosseto, il 4 aprile mia moglie festeggiava il compleanno, ci sono le foto, il giorno dopo ero stato a pagare il conto».

E il carcere?

«Quanti pianti ho fatto lì dentro! Mi chiedevo “cosa ci faccio in carcere io”? Non avevo fatto nulla. Poi il 16 luglio sono stato scarcerato dalla Corte di appello, obbligo di dimora sull’isola. Allora la giustizia italiana funziona! Mi ha accompagnato mio padre, poi ho preso la nave e sono tornato al Giglio. Le bimbe hanno pianto, quella più grande non smetteva più».

Ma questo documento d’identità che è alla base delle accuse?

«Le racconto. Nel 2010 o 2011, non ricordo, io ero in moto, una Yamaha, e viaggiavo sull’autostrada verso Venezia: mi si aprì lo zaino e persi il portafogli con tutto quello che c’era dentro. Infatti non pagai nemmeno l’autostrada, al casello di uscita riempii il modulo. Feci la denuncia di smarrimento. Potrebbe essere la mia carta d’identità dell’epoca finita in Belgio per motivi che non conosco. Oppur la tessera sanitaria, potrei averla lasciata in qualche distributore di sigarette; ma mi sembra strano che sia questo il documento».

Incubo finito?

«Ni, cioè sì e no. Dormo male».

Il ristorante?

«Lo ha portato avanti mia moglie. Ma il fatturato è diminuito. Magari i turisti giornalieri, che non sanno nulla, vengono e mangiano; ma chi ha visto quando mi portavano via in manette o i gigliesi che comunque hanno saputo mi hanno tolto il saluto. E non ho più la clientela che in genere mi veniva mandata dall’isola».

Kaja, lei parla adesso ma sa bene che non è finita...

«Io credo nella giustizia, so di essere innocente. Ne uscirò pulito, anche se so che ci vorrà del tempo». —

Pierluigi Sposato



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