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Batterio New Delhi, inizia lo screening Trovato un paziente infetto, l’Asl rassicura
Dopo i 64 casi registrati in tutta la Toscana scatta il monitoraggio: «Ma in Maremma non ci sono né epidemia né allarme»
Dal 15 settembre negli ospedali dall’Asl Toscana sud est partirà lo screening del New Delhi, il batterio scoperto nel 2009 in un paziente svedese che tornava dall’India (da qui il nome), che è particolarmente resistente a un ampio spettro di antibiotici e che può scatenare infezioni che, secondo Alessandro Bartoloni, direttore delle malattie infettive a Careggi, hanno un tasso di mortalità variabile «dal 30 al 70%». Lo screening è la strategia decisa dalla Regione per tutto il circuito ospedaliero toscano alla luce dei 64 casi di pazienti che da novembre 2018 – in tutta la Regione – sono stati infettati dal New Delhi, o più correttamente New Delhi metallo beta-lattamasi: «Numeri più alti di quelli attesi», sono le parole di dell’assessora regionale alla salute Stefania Saccardi, ma per i quali «dobbiamo evitare allarmismi». In Maremma non c’è neppure stato di allerta, assicura l’Asl sud est: «C’è un solo paziente» con l’ “infezione conclamata” che sta rispondendo alle cure.
pazienti al vaglio
Nei reparti di rianimazione, medicina e riabilitazione, dal 15 settembre inizierà lo screening del New Delhi. E cioè tutti i pazienti che già sono in questi reparti ma anche quelli che vengono di giorno in giorno ricoverati verranno sottoposti a un tampone rettale: e mediante un campione di feci, verrà verificata la loro positività (o negatività) al batterio che, se è presente nell’organismo, trova dimora nell’intestino. Sottoponendo a screening anche i pazienti di nuovo ricovero, si potrà avere la certezza se l’eventuale contagio è avvenuto fuori o dentro le mura ospedaliere; ma la pratica garantisce anche sia cure immediate al diretto interessato che una profilassi a tutela e garanzia degli altri pazienti ricoverati.
positivi e infetti
Innanzitutto bisogna distinguere – spiegano gli addetti ai lavori – tra pazienti positivi al tampone e pazienti infetti. Chi risulta positivo al tampone fecale non è detto che sviluppi l’infezione: il New Delhi può rimanere “silente” nell’organismo umano senza provocare problemi alla salute: l’evoluzione dipende dal soggetto e chi è debilitato ha una probabilità più alta di sviluppare sintomi e infezione. Sono una decina i pazienti ricoverati negli ospedali dell’Asl sud est –informa l’azienda sanitaria – che sono risultati positivi al tampone fecale; di questi in un solo caso, dettaglia ancora l’Asl sud est, si è riscontrata la positività anche dell’emocoltura (l’analisi del sangue in ambiente sterile): solo quando il batterio si riscontra nel sangue allora il paziente è infetto. Negli ospedali dell’Asl sud est, dunque, c’è un solo paziente infettato da New Delhi, «che sta reagendo alle cure antibiotiche», informa l’azienda sanitaria.
la situazione
Da novembre 2018 in Toscana sono 546 i pazienti positivi, portatori cioè del batterio – secondo i dati forniti dalla Regione – e di essi sono risultati infetti 64, di cui 49 “concentrati” nell’area vasta nord ovest, da Piombino fino a Pontremoli, Versilia e Massa Carrara, Lucca e la Garfagnana, Pisa (dove i pazienti infetti sono 28) e Livorno. «È una situazione che ci comporta attenzione, da qui lo screening – spiega Simona Dei, direttrice sanitaria dell’Asl sud est – Ma nel nostro territorio non c’è un’epidemia in corso. E non c’è alcun allarme». L’azienda sanitaria ha organizzato un gruppo di lavoro ad hoc per il New Delhi, referente sarà Silvana Pilia che lavorerà in stretto contatto con gli infettivologi. «Ci aggiorneremo settimanalmente – informa Dei – organizzeremo lo screening, attiveremo le misure necessarie con una comunicazione completa a pazienti e familiari».
niente panico
Il New Delhi può passare da una persona all’altra per contatto, per cui valgono le più basilari norme igieniche: lavarsi le mani, per esempio. Chi è portatore (ma non infetto) non deve sottoporsi a terapia: salvo che non debba prepararsi a un trapianto o a un trattamento di chemioterapia. O è a rischio di immunodepressione. Ecco perché il New Delhi “fa paura” in ospedale dove i pazienti possono essere molto debilitati. Sotto i riflettori restano anche casi di “morti sospette”, come quello della madre 70enne di un’infermiera di Livorno, che ricorrerà al giudice; la donna era stata ricoverata per la frattura al femore, poi il riscontro del New Delhi.
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