Il Tirreno

Grosseto

Grazie a una dinasty familiare nasce il buon vino che sa di latino

lina senserini
Grazie a una dinasty familiare nasce il buon vino che sa di latino

Alison e Claudio si perdono di vista e poi si ritrovano: e tutto inizia  con un consiglio del padre del primo marito della prima moglie di lui  

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tra i filari

lina senserini

Raccontare la storia di Alison e Claudio è come scrivere un romanzo con tutte le componenti che lo rendono avvincente, dal viaggio, all’incontro, al nuovo incontro dopo essersi persi di vista per anni, alla comune passione per il vino, fino all’amore, il matrimonio e dopo qualche anno l’arrivo a Cinigiano.

«La nostra è la storia di una famiglia “allargata” – dice sorridendo Claudio – in cui persone legate da vincoli familiari, ma non necessariamente di sangue, hanno contribuito alla nascita di questa azienda». Alison Jane Hodder (nella foto), 61 anni, è un’enologa australiana i cui antenati furono fra i primi coloni dell’area vinicola “Barossa Valley”, che ha fatto la gavetta lavorando per diversi produttori nei vari distretti vinicoli del South Australia: fino a che non ha trovato lavoro da un italiano emigrato all’altro capo del mondo, che altri non era se non il fratello di Claudio. Poi studi in viticoltura a Torino, il lavoro per la Fao nel mondo della cooperazione agricola internazionale a Roma, fino a due anni fa. Claudio Berlingieri (nella foto), 77 anni, di origini molisane ma che ha vissuto in diverse parti d’Italia, è un ingegnere minerario che ha girato il mondo per lavoro e, in pensione, è diventato manager del vino con la compagna.

Con Alison si sono incontrati una prima volta in Australia, nel 1980, quando lei lavorava per il fratello di lui, Vincenzo, produttore di vino. Poi si sono persi di vista, mentre le rispettive vite andavano per la loro strada, per ritrovarsi anni dopo in Italia, quando Alison lavorava per la Fao. Ancora più curioso è come sono arrivati a comprare il terreno proprio qui, perché l’idea è nata dal suggerimento di Ario Lanfrancotti, originario di Caldana, nel comune di Gavorrano, il padre del primo marito della prima moglie di Claudio, che nella “dinasty” da cui è nata De Vinosalvo ha un ruolo fondamentale. È stato lui, infatti, scomparso di recente a 94 anni, a suggerire l’acquisto del terreno che alcuni suoi parenti stavano vendendo nel comune di Cinigiano. Così ha combinato la visita e, come succede in questo casi, le brulle (poiché ancora non c’erano le viti) ma fascinose colline delle pendici dell’Amiata hanno conquistato Alison e Claudio, tanto per la bellezza che per la tipologia del terreno, in cui l’esperta winemaker ha subito individuato grandi potenzialità.

In poco tempo è stato concluso l’acquisto e De Vinosalvo ha preso forma. A partire dal nome, omaggio degli studi classici di Claudio Berlingieri a Galfridus De Vinosalvo, autore dell’opera “De vino et vitibus conservandi”, che di fatto ha salvato il vino (da cui il soprannome), recuperando e tramandando le conoscenze dell’epoca classica sulla sua produzione e conservazione.

Oggi, l’azienda produce vini di grande qualità in cui niente è lasciato al caso, a partire dall’impianto delle viti, che è stato preceduto da una lunga e attenta analisi del terreno, per distinguere le diverse tipologie, per valutare la tenuta dell’umidità, per individuare come impiantare le viti nel pieno rispetto delle caratteristiche del terroir. Tant’è che l’unica opera di maggiore complessità sono i drenaggi interrati in alcuni punti delle vigne. Alison, infatti, definisce la loro una coltivazione “rigenerativa”, in cui l’intervento sulla vite e sul terreno è ridotto al minimo indispensabile lasciando che la naturale evoluzione stagionale faccia il resto, secondo il principio della sostenibilità. «Rigenerativa che non vuol dire biologica – spiega – ma fatta in modo che la terra tragga da se stessa il proprio nutrimento e parte della difesa, lasciando ad esempio che l’erba cresca sotto i filari. I nostri vini esprimono il vitigno e l’annata, pur mantenendo carattere, eleganza e intensità sempre uguali. La raccolta viene effettuata a mano e il vino viene affinato in tonneaux da 500 litri o in acciaio e bottiglia. La raccolta è mirata al filare non solo all’appezzamento, tant’è che uno dei nostri vini, il Galfridus è frutto di una selezione d’uva raccolti filari sui terreni più argillosi della stessa vigna a Porrona». Una specie di “cru del cru”, se mai si può usare questa espressione, che dà origine al vino di punta dell’azienda, cui è stato dato il nome di battesimo del grammatico e studioso inglese.

Anche gli altri vini sono rossi eleganti, come lo sono le etichette (particolari di quadri di un pittore Georgiano), che a loro volta hanno ispirato i nomi: a parte Santàrio, Syrah in purezza Maremma toscana Doc, dedicato ad Ario Lanfrancotti, ma giocando «sul nome Ario, arianesimo, eresia – spiega Claudio – e di fatto facendo santo un eretico», e Galfridus, Syrah in purezza, l’unico affinato in legno, le altre etichette hanno nomi collegati al disegno scelto: Levitas, Sangiovese in purezza, è la leggerezza, espressa dai tratti del quadro da cui è tratto il particolare; Auspicium, un blend di Sangiovese (60%) e Syrah, un’interpretazione originale del disciplinare della Doc, ottenuto, quando la stagione lo permette, raccogliendo nella stessa settimana le due tipologie di uve, diverse nella maturazione, e mettendole a fermentare insieme. «L’etichetta con le tre galline – spiega Claudio – ha ispirato il nome. Infatti, liberare tre di questi animali e interpretarne il comportamento per presagire il futuro era, tra i romani, compito del magister pollarum, che emetteva l’auspicium pollarum...Auspicium ci sembrava un nome appropriato». –

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di Redazione web