Il Tirreno

Grosseto

la scoperta 

Preistorico antenato del beluga affiora da una cava di Arcille

Lina Senserini

Sei anni dopo il ritrovamento i paleontologi dell’Università  di Pisa hanno stabilito  che il cranio fossile appartiene al progenitore del cetaceo

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Il sottosuolo della Maremma non finisce di stupire. Dopo il ritrovamento, più di sessant’anni fa, di “Sandrone”, l’ominide recuperato nelle miniere di lignite di Baccinello (Scansano), stavolta è in una cava di sabbia della vicina località di Arcille che sono saltati fuori altri resti fossili: quelli dell’antenato del beluga.

La scoperta del cranio fossile, in realtà, risale al 2013, ma solo ora i paleontologi del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa hanno stabilito che appartengono al progenitore del cetaceo bianco della famiglia dei monodontidi, che, come il narvalo, vive nelle acque ghiacciate di Russia, Canada, Groenlandia e Alaska.

È lo stesso ateneo pisano a dare notizia della scoperta che, inizialmente, quando alcuni cavatori di Arcille si ritrovarono sotto gli occhi i resti del cranio, fece pensare a un delfino per la particolare morfologia delle ossa.

Il reperto venne subito consegnato all’Università di Pisa e oggi finalmente la conclusione degli studi con la clamorosa prova che si tratta di un esemplare di monodontidi, di una specie del tutto sconosciuta alla comunità scientifica e che è stata battezzata con il nome di Casatia thermophila.

La scoperta dimostrerebbe, quindi, che il narvalo e il beluga hanno le loro radici evolutive nei mari caldi (da qui il nome “thermophila”, amante del caldo), mentre la loro estinzione andrebbe attribuita al raffreddamento delle acque. Un aspetto questo che potrebbe aprire un altro filone di studi sull’evoluzione di questa specie ignota e sul suo graduale adattamento ai mari freddi.

È probabile che gli attuali monodontidi si siano adattati alle acqua a bassa temperatura durante il Quaternario, quando l’emisfero settentrionale fu interessato dalle glaciazioni.

Viceversa, il ritrovamento nel 2013 del cranio fossile in Maremma non stupì affatto gli scienziati e gli studiosi di Paleontologia, poiché durante l’era geologica del Pliocene (da circa 5,3 a circa 2,6 milioni di anni fa), il paesaggio toscano era dominato dall’acqua.

Successivi e profondi mutamenti climatici e geologici hanno rimodellato il territorio, fino al paesaggio attuale. Per questa ragione, buona parte delle colline toscane, costituite da sabbie e argille che si sono depositate su antichi fondali marini, celano nel sottosuolo resti delle faune marine plioceniche.

Il cranio di Arcille è ora custodito al Museo di Storia naturale dell’Università di Pisa, mentre una copia è esposta al Museo Geopaleontologico di Badia a Settimo a Scandicci. —

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di Redazione web