Gioco
Dalle scarpe al nettare degli dei Il passo lieve lasciò una traccia
Nel 1996 Agostino Lenci vende la sua attività a una multinazionale E realizza un sogno: su quelle orme lo seguirà con entusiasmo il figlio
tra i filari
lina senserini
Arrivare alla Fattoria di Magliano da Grosseto è un viaggio in mezzo a colline ricoperte di boschi, vigneti a perdita d’occhio e grandi casali ristrutturati. Un paesaggio di rustica bellezza da cui è facile essere conquistati. Così quando Agostino Lenci (nella foto a sinistra), lucchese, imprenditore nel settore delle calzature, decise di cedere la propria attività a una grande multinazionale e “ritirarsi” in campagna, la scelta della Maremma è stata quasi inevitabile. Era il 1996, Lenci era alla ricerca del luogo ideale in cui dare gambe a un nuovo progetto di vita e coronare il sogno, nato dalla passione dell’intenditore, di diventare produttore di vino. Arrivato nelle campagne tra Scansano e Magliano rimase affascinato da quel territorio, che conservava intatto l’equilibrio tra la natura e l’intervento dell’uomo e che sembrava perfetto per produrre il vino che Agostino già si immaginava.
In queste colline in cui si respira storia, a pochi chilometri dall’insediamento etrusco di Heba, l’antica Magliano, ha trovato quello che cercava e ha comprato terreni e fabbricato. C’era il casale da ristrutturare, le vigne da impiantare, la cantina da costruire e il futuro da progettare. L’anima dell’imprenditore non ha ceduto alla tentazione dell’hobby e Agostino ha fatto di quella casa e di quella terra la Fattoria di Magliano, come si chiama l’azienda dal 1997. Non avrebbe immaginato che il figlio Nicola (nella foto a destra), oggi 33enne, due decenni dopo lo avrebbe seguito e sarebbe diventato il suo braccio destro, nonché responsabile commerciale e della promozione dell’azienda. «Mi divido tra Lucca e Magliano – dice Nicola, con un sorriso aperto, l’aria di chi ha trovato la propria strada e ama il proprio lavoro – spesso sono in giro per il mondo a promuovere i nostri vini. E pensare che ho fatto tutto un altro genere di percorso scolastico, liceo artistico e una laurea triennale in Design. Al momento di scegliere il mio futuro professionale, tuttavia, non ho avuto dubbi e ho deciso di seguire mio padre in questa nuova avventura. Mi ero avvicinato alla ristorazione lavorando quando facevo l’università, ho cominciato a conoscere i vini, sono diventato sommelier. Mio padre, cui nel frattempo l’azienda era letteralmente esplosa tra le mani, aveva bisogno di qualcuno che lo affiancasse nella conduzione dell’attività. Non ero tecnicamente preparato a questo lavoro, ma come dice mio padre, un buon imprenditore deve sapersi circondare di bravi professionisti che lavorano per lui». Del resto, Nicola è cresciuto in mezzo ai filari e alle barrique, tenuto per mano da Graziana Grassini, enologa di grande talento, allieva del mai abbastanza celebrato Giacomo Tachis, la professionista che segue la produzione della Fattoria di Magliano fin dall’inizio, fin dalla scelta dei vitigni e dei terreni su cui impiantarli, «la cui mano elegante si sente tutta nei nostri vini», dice Nicola.
Agostino non ha lasciato niente al caso e il risultato delle sue scelte è dentro a ognuna delle 230mila bottiglie prodotte e nella grande passione che ha trasmesso al figlio. Così, mentre gli altri due fratelli prendevano strade diverse (Jacopo gestisce il birrificio artificiale Bruton a Licca, Ettore ha appena finito gli studi di Grafica), Nicola partiva armi e bagagli per Magliano. «Quando abbiamo fatto la prima vendemmia nel 2001, avevo 16 anni, i primi vini sono usciti nel 2003, Heba, Poggio Bestiale e il Vermentino Pagliatura, i nostri tre cavalli di battaglia, che danno identità all’azienda e che ancora oggi sono le etichette di punta della Fattoria».
Mentre le viti entravano in produzione, è stata costruita la cantina, da cui oggi le bottiglie escono pronte per la distribuzione. Dopo alcuni anni, Agostino e Nicola hanno avviato la conduzione biologica (2011) e dal 2016 l’azienda è certificata. «I nostri tre vigneti sono nel raggio di quattro chilometri dalla cantina, dove l’uva arriva massimo in mezz’ora dalla vendemmia – spiega Nicola – Ognuno ha caratteristiche diverse, produttività diverse e ci permettono di fare ogni anno la scelta degli uvaggi in base alle caratteristiche dell’uva prodotta nell’annata. Poggio Bestiale è il vigneto in cui produciamo il nostro omonimo cru, un taglio bordolese che fin da subito ha riscosso il gradimento del mercato». L’altro vino, uscito fin dall’inizio dalla cantina aziendale è Heba, un Morellino Docg, l’etichetta più importante, spiega Nicola, quello che meglio rappresenta la filosofia produttiva, che interpreta il Morellino nella sua visione identitaria, nell’idea del vino originario, ma con la qualità e il rigore produttivo che oggi lo contraddistingue. E poi c’è Pagliatura, un vermentino in purezza, grande espressione del vitigno bianco per eccellenza della costa toscana.
«Il nostro obiettivo è produrre vini che ci raccontino – spiega Nicola – puntando sulla qualità. L’agricoltura è la mano dell’uomo che trasforma la natura, il vino non nasce “per natura”, quindi utilizziamo le migliori tecniche nel rispetto della tradizione e del territorio». Così accanto alle tre etichette “storiche”, si imbottigliano altri quattro vini, monovitigno, che contribuiscono a dare un’immagine più “vivace” all’azienda: Sinarra, da uve Sangiovese; Altizi, da Cabernet Franc; Perenzo, da Syrah; Illario, rosato da Sangiovese, Brissaia, Ansonica in purezza, ultimo arrivato insieme ad Altizi. –
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