Italia
«Servono famiglie serene e generose per accogliere bimbi in difficoltà»
Affidi, appello del direttore della Società della salute «Chi decide di farsi avanti non lo fa certamente per soldi»
GROSSETO. «Servono famiglie serene, felici e generose, per offrire qualche anno della loro vita a un bambino in difficoltà». L’inchiesta sulla gestione dei minori a Bibbiano finisce per gettare ombre su tutti coloro che si occupano di minori, ma Fabrizio Boldrini, direttore del Coeso Società della Salute, non ci sta e rilancia con un appello. L’affidamento a una famiglia è preferibile rispetto a quello in comunità, ma è insufficiente il numero di famiglie disponibili ad accogliere temporaneamente un minore in difficoltà.
Boldrini, cosa si intende quando si parla di minori segnalati ai servizi sociali?
«Le istituzioni si muovono a tutela del minore, non tanto per ricercare un comportamento inadeguato di genitori, parenti o anche di persone estranee al nucleo familiare. Questa è la ragione per cui si muove un sistema fatto di una Procura della Repubblica per i minori, un Tribunale per i minori e di servizi dei Comuni, che nel nostro caso sono associati. La segnalazione di una situazione di difficoltà la fanno le forze dell’ordine, la scuola, ma nella stragrande parte dei casi è la famiglia stessa a farla».
Che tipo di famiglia ha bisogno del servizio sociale?
«Contrariamente a quello che si potrebbe credere, non si tratta di famiglie marginali, povere. Ci sono, sì, anche casi di povertà, ma spesso sono famiglie mediamente capaci di stare in un sistema normale di vita. I problemi, per il minore, derivano dai conflitti tra i genitori e dalla loro incapacità a tenere fuori i figli da questi conflitti. Si tratta spesso di genitori attanagliati dai loro problemi, alcune volte il problema nasce anche dalla dipendenza da sostanze, in alcuni casi anche la malattia può rendere difficile o impossibile l’esercizio della genitorialità: non esistono solo i problemi legati ad abusi di tipo sessuale, anzi».
Come si decide l’allontanamento del minore dalla famiglia di origine?
«All’allontanamento del minore si arriva con decreto del Tribunale preceduto da un’istruttoria che, nel sistema grossetano, avviene nel sistema pubblico: non abbiamo affidato niente all’esterno. In ogni caso non è l’assistente sociale a decidere, l’assistente sociale può intervenire direttamente solo in casi estremi, ma poi occorre la conferma del giudice. Negli ultimi 20 anni abbiamo avuto solo un paio di casi del genere, in cui c’era una situazione palese di immediato di pericolo per il minore».
Come si decide a chi affidare il minore?
«È sempre il giudice che decide e la decisione in parte dipende dalla complessità della situazione: normalmente si predilige una famiglia affidataria, ma le famiglie disponibili sono in numero limitato e per questo a volte i minori vengono affidati anche alle comunità».
Si sente parlare di giri di denaro...
«È previsto un contributo che, in relazione allo stato economico della famiglia affidataria e in ragione della complessità del caso, può arrivare a 300-400 euro al mese, ma la famiglia deve farsi completamente carico del bambino, dalle cure odontoiatriche alla scuola, al vestiario. Chi lo fa, non lo fa certo per i soldi».
Che caratteristiche deve avere una famiglia affidataria?
«La famiglia affidataria è normalmente altamente motivata, per ragioni religiose o etiche... Prendere in affidamento un bambino è una delle cose più belle e più difficili da fare: la famiglia affidataria non avrà il bambino in adozione, ma è una famiglia che si presta per un periodo di tempo a ospitarlo. Quel bambino continua ad avere dei tenitori e l’obiettivo è farlo tornare alla famiglia di origine. Noi consideriamo un fallimento se il bambino non ritorna nella sua famiglia». — Enrico Pizzi
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