Il Tirreno

Grosseto

Grosseto Città del Libro? Si può. Basta un’operazione di bianciardiana memoria

beppe corlito

Corlito raccoglie la proposta del Tirreno che ha già aperto un dibattito  E rilancia con un’idea ardita: «Provincializziamo la cultura cittadina»  

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l’intervento

beppe corlito

Mi pare di buon auspicio che la mia collaborazione con Il Tirreno cominci quando il caposervizio Emilio Guariglia ha appena lanciato l’idea di candidare Grosseto come Città del Libro, sperando che i reggitori della cosa pubblica nazionali e locali siano all’altezza. La nostra città ha i numeri per diventarlo, Guariglia ne ha elencati molti, in particolare le molte librerie, di cui una si è guadagnata una menzione nazionale. Il punto è provincializzare la cultura cittadina, un’operazione alla Bianciardi, di cui dobbiamo celebrare il centenario della nascita (2022), facendo perno sulla sua Fondazione. Non si tratta di una “fuga” a Milano, ma l’esatto contrario: far passare Milano (o meglio l’Europa e il mondo) da Grosseto. A Bianciardi sarebbe piaciuto, si sentirebbe meno esiliato. È il Bibliobus: portare i libri a tutti, costruire un pubblico colto, capace di uscire dalle disuguaglianze, dalla ristretta cerchia del five million club, come è stata definita la frazione della popolazione nazionale che legge almeno un libro all’anno.

La prima cosa è scegliersi un libro; meglio non lasciarsi condizionare. Per me è preferibile farsi una girata in libreria strascicando i piedi e guardando intorno. È la prima delle cinque regole di uno dei massimi critici planetari, Harold Bloom, che ha scritto un massiccio tomo su Il canone occidentale e un saggio smilzo su Come leggere un libro? Meglio lasciar stare i pareri altrui e rischiare in proprio. Il Nobel 2017 ha descritto il suo lavoro: «Una persona che scrive in silenzio in una stanza cercando di entrare in contatto con un’altra persona che in un’altra stanza più o meno silenziosa legge». A me riesce anche in mezzo alla confusione di un mercato, ma tant’è, sono gusti.

Preso contatto diretto col libro e fattasi un’idea propria, bisogna far i conti con il resto della comunità dei lettori e degli interpreti, altrimenti si continua a rimanere soli in mezzo al nulla virtuale. All’inizio mi limito a annusare il libro, a godermi l’odore della carta, a sfogliare le pagine vergini (ricordo quando andavano tagliate, un piacere perduto come quello delle ciliegie rubate), a portarmelo a letto. Direte: è una metafora sessuale. Inutile nasconderlo: il desiderio di conoscere si fonda sulla curiosità per la diversità, è il piacere di leggere.

Si dà il caso che domenica, domani, alla Cava di Roselle vada in scena “La Traviata” di Verdi, l’opera lirica più replicata del pianeta. La storia è nota: l’amore infelice tra la bella Violetta, cortigiana malata di tisi, e il bollente spirito di Alfredo, subalterno alla morale borghese. Non tutti sanno che è una storia vera, scritta da Alexander Dumas, figlio dell’altro Dumas, amico di Garibaldi (torna una passione bianciardiana) e autore dei celeberrimi Tre moschettieri. Succedeva come oggi che i film nascono dai romanzi, allora il cinema non esisteva e finivano a teatro. Dumas mise in scena la storia vera di una giovanissima traviata, madamoiselle Du Plessis, morta di tisi a Parigi a 23 anni. Il romanzo è un piccolo splendido classico, La Signora delle camelie (1848), che segnalava la sua disponibilità sessuale con il colore del fiore con cui ornava l’abito.

Spesso si legge di corsa (come tutto oggi) e alla fine non ci si ricorda neppure la trama. C’è un sistema sicuro per ricordare, lo suggerisce il Nobel Saramago: in un romanzo «le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di un fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda», che poi sarebbe la “morale della favola”. I critici parlano di “significato secondo”.

Leggiamo bene la storia della Traviata, ricordiamo i famosi “due Luigi”, che fanno precipitare gli eventi, e la scena capitale delle banconote scagliate in faccia a Violetta: “Questa donna pagata io l’ho”. Il personaggio principale è il denaro, che per chi non solo sapesse è nemico dell’amore (cfr. per i dettagli la pagina Fb “Parliamo di letteratura”). –



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