Il Tirreno

Grosseto

Colpo di fulmine negli anni ‘60 Qui il luogo ideale per Corrado

Lina Senserini
Colpo di fulmine negli anni ‘60 Qui il luogo ideale per Corrado

Il cavaliere Pepi Lignana, ottanta anni, figlio del fondatore, si fermò qui per un guasto mentre percorreva l’Aurelia  

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la storia

Percorrendo la statale Aurelia verso sud, appena superato Orbetello Scalo, il paesaggio cambia e si apre tra i morbidi rilevi dell’entroterra e il mare, prima di chiudersi di nuovo a ridosso di Ansedonia.

È su questa fascia costiera, in parte collinare e in parte pianeggiante, che si trova la Fattoria Il Casalone, affacciata sulla Laguna di Levante dalla “terrazza” delle colline ricoperte di filari e di olivi. Un territorio sottoposto a tutela ambientale, in cui la coltivazione della vite risale a tempi antichi e già il Catasto Leopoldino del 1815 indicava la presenza della Vigna Colombi (da cui deriva il nome di uno dei vini). Quando Corrado Lignana, piemontese, dirigente industriale che aveva lavorato a lungo in Italia e all’estero, decise di comprare una tenuta «in campagna al mare» diceva, “incappare” quasi per caso nei poderi semiabbandonati del Pitorsino fu un colpo di fortuna. E di fulmine. Era esattamente quello che cercava e che gli avrebbe permesso di dare corpo alle sue due grandi passioni: la coltivazione della vite e la vela, condivise con il figlio Pepi, oggi ottantenne, ingegnere, cavaliere del lavoro, un passato da dirigente per una grande azienda che lo ha portato a lavorare all’estero, poi per le cartiere Burgo, di cui oggi è presidente onorario. È stato proprio Pepi a scoprire per caso questo posto.

«Stavo andando da Roma a Portofino con la mia Fiat 600, lungo l’Aurelia che allora era un viale di platani – racconta – Come succedeva spesso, il motore cominciò a bollire e lo fece proprio nel tratto di strada qui davanti. Mi fermai e andai a chiedere un po’ d’acqua in una delle case vicine, poi ripresi il mio viaggio. In quel periodo mio padre stava cercando questa famosa “campagna al mare”, ma che doveva avere anche un porto abbastanza vicino dove tenere la barca e che ci fossero treni per Torino. In quegli anni, passava da Orbetello un treno notturno che arrivava diretto a Torino e c’era anche il porto. Il posto in cui la mia 600 aveva dato forfait era il luogo perfetto che suggerii a mio padre di prendere in considerazione, visto che alcune proprietà erano anche in vendita».

Quando la famiglia Lignana acquistò i terreni non c’era niente, tranne una piccola vigna di Sangiovese e Trebbiano, alcuni fabbricati da ristrutturare, per lo più senza acqua e senza energia elettrica. «La tenuta e il vino erano il nostro hobby – spiega Pepi Lignana – che anche mia moglie Marcella ha condiviso fin da subito. Lei e i figli trascorrevano qui le vacanze estive, mentre mia madre, abbandonato Portofino dove aveva vissuto fino agli anni ’60, si innamorò così profondamente di questi luoghi da trasferircisi definitivamente». Inizialmente i Lignana impiantarono Vermentino e Cabernet Sauvignon, tra i primi in Toscana a sperimentare questo vitigno internazionale. La prima produzione di vino è del 1965, quando ancora non c’era l’attuale concezione della qualità del prodotto e i grandi vini maremmani erano di là da venire. Nel frattempo, grazie alla passione e ai consigli di esperti enologi e agronomi, tra cui Federico Curtaz, venne deciso di dare una svolta alla produzione. Era la fine degli anni ’90 e il mondo vitivinicolo grossetano stava per cambiare radicalmente. Nel 1998, venne deciso di espiantare tutte le vigne e reimpiantarle, introducendo nuovi vitigni, come il Petit Verdot, il Viognier e il Cabernet Franc. Il primo vino della “seconda vita” dell’azienda, il Cucchetto, è uscito nel 2005 e fin da subito emersero il carattere e la grinta di questo rosso, nato vicino al mare, da una terra fertile e generosa, i cui profumi si ritrovano uno per uno nelle migliori bottiglie. «Abbiamo lavorato con una passione infinita per questa terra bella e selvaggia, ma faticosa e difficile da “addomesticare” – spiega Lignana – La nostra filosofia è cercare costantemente la più alta qualità nel rispetto delle caratteristiche e delle peculiarità del territorio. E in questa direzione si muove il nostro team di esperti, guidati dall’enologo Paolo Caciorgna, dal suo assistente Nicola Berti e dagli agronomi Federico Curtaz e Stefano Bartolomei».

Nel 2014, dopo un lungo percorso autorizzativo e burocratico, finalmente è stata completata la nuova cantina, il cuore pulsante dell’azienda, 1500 metri quadrati, realizzati secondo le severissime regole imposte dai vincoli ambientali. Tutte le linee elettriche sono a cavi interrati e sono stati realizzati due impianti fotovoltaici per 35 kW.

Oggi i vini di punta sono sei sulle cui etichette campeggia il logo dell’azienda: un “guidone”, ovvero la bandiera dell’armatore (Corrado Lignana), declinato in vari colori, che richiama la grande passione per la vela tramandata dalla famiglia di generazione in generazione. Oltre al Cucchetto, prodotto dalla migliore selezione di Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, negli anni sono seguiti il Cerida, Sangiovese, dedicato all’omonima celebre barca varata nel 1938 che fa ancora regate d’epoca e che apparteneva ai Lignana; il Leopoldino, Vermentino e Viognier; il Poggio Colombi, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot. Tra il 2015 e il 2016, la sperimentazione si è spinta in due direzioni: la vinificazione di Viognier in purezza, che nel 2015 ha dato origine al Pitorsino, e di Cabernet Franc, che ha nel Don José, vinificato dal 2015, la massima espressione della grande qualità di questo vitigno. E anche questa etichetta è dedicata a una barca di famiglia. —

Lina Senserini

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