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Grosseto

in tribunale 

Offese social ad Alcamo Militante di Casapound ora deve pagare i danni

Offese social ad Alcamo Militante di Casapound ora deve pagare i danni

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grosseto. A settembre 2017 aveva pubblicato su Facebook un commento pesantemente diffamatorio nei confronti di un esponente politico locale in risposta a una notizia pubblicata da un altro utente di Facebook sulla sua bacheca aperta e quindi accessibile a tutti. Per questo motivo il castiglionese Fabrizio Di Bella, esponente di CasaPound, è stato condannato dal giudice Giovanni Puliatti al pagamento di una multa di 200 euro e delle spese di giudizio. Dovrà inoltre risarcire con 500 euro la persona diffamata, Luca Alcamo, che si è costituito parte civile, assistito dall’avvocata Silvia Ciampolini, e che era ai tempi della diffamazione subita su Facebook coordinatore provinciale di Articolo 1 Mdp. Di Bella dovrà anche rifondere Alcamo per le spese legali sostenute, quantificate in 2300 euro. Come si legge nelle motivazioni della sentenza «lo scritto in esame trascende senza dubbio per i toni e il contesto da quella che può definirsi una mera critica politica o da una comune per quanto accesa dialettica» offendendo la reputazione del destinatario. È stata inoltre riconosciuta l’aggravante di aver commesso il fatto attraverso il social network Facebook, quindi con grande diffusione.

Il post era stato pubblicato da Di Bella con un finto profilo con il nome del generale Valerio Borghese ed era stata la polizia postale a dover intervenire, risalendo alla sua vera identità.

«Sono molto soddisfatto del fatto che il giudice abbia riconosciuto valide le mie ragioni – dice Alcamo – La questione non riguarda la politica, anche se la politica stessa ne è stata la causa scatenante, ma la civile convivenza sul web. In un momento nel quale sembra che i social siano un Far West normativo nel quale tutto è permesso la sentenza ribadisce, come in altri casi prima del mio, il fatto che in Rete non si è immuni alle leggi e alle regole della società civile. L’augurio è che sentenze come questa aiutino a comprendere che su Internet non si è legibus soluti». —



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