Gioco
La piccola rivoluzione agricola voluta nel 1996 da Luigi Cecchi
I vecchi vitigni vennero espiantati e sostituiti, le superfici ampliate Il dubbio sulla qualità presto risolto dalle analisi effettuate da esperti
tra i filari
lina senserini
Dalla terrazza della sala degustazione della tenuta Val delle Rose, lo sguardo spazia su ininterrotti filari di vigneti che circondano il grande centro aziendale, costruito tra il 2006 e il 2017. Ci si arriva dalla strada Sante Mariae, che dall’innesto di Grosseto sud della statale Aurelia sale sulle colline di Poggio alla Mozza. Seicento ettari nel cuore della Docg “Morellino di Scansano”, sui totali 1400 della Denominazione. È qui che si concentra gran parte della produzione ed è qui che prende forma l’immaginario collettivo delle colline maremmane, brulle e assolate, con le stoppie gialle intervallate da macchia mediterranea e vigne.
Sulla sommità di una di queste colline, nel 1996 Luigi Cecchi, padre degli attuali proprietari, Cesare e Andrea, decise di acquistare il terreno su cui impiantare le viti. Da anni, la famiglia comprava le uve prodotte nei terreni dell’Opera Nazionale Combattenti ad Alberese per fare il proprio vino, nelle cantine di Poggibonsi prima, di Castellina in Chianti poi, dove attualmente si trova la sede dell’azienda. Forte di una scolare tradizione di vigne e di vini, Luigi pensò che tanto valeva comprare direttamente i terreni. Al momento dell’acquisto, Val delle Rose si limitava ad un “cocuzzolo” di 25 ettari di viti, di proprietà Sammaritano, cui peraltro è dedicata una delle etichette, il Samma Cabernet Franc, con un unico fabbricato e poco altro intorno. Nacque così la tenuta gioiello di Poggio alla Mozza. «Per prima cosa – spiega Piero Sabatino, agronomo, amministratore delegato della tenuta – vennero espiantati i vecchi vigneti e reimpiantati i nuovi, con un intervento assimilabile a una piccola rivoluzione agricola in quanto le tecniche agronomiche utilizzate fino ad allora non garantivano la costanza qualitativa necessaria alla sopravvivenza di un’azienda viticola. I terreni, sottoposti all’analisi di esperti, rivelarono subito grandi potenzialità, che spinsero la famiglia Cecchi ad acquistare altro terreno e a portare la superficie vitata agli attuali 105 ettari. Nel 2006, venne iniziata la costruzione della grande struttura aziendale, che attualmente accoglie gli uffici, la zona dell’ospitalità, il wine shop, gli ambienti per le degustazioni e gli eventi, terminata circa dieci anni dopo, realizzata a step, reinvestendo via via quanto veniva ricavato dalla rendita delle vigne».
La forza e l’esperienza di oltre un secolo di attività nella commercializzazione e nella produzione di vino hanno fatto il resto e nel 2011 è stata portata a termine la cantina, 6. 000 metri quadrati di tecnologia e bellezza dove il colpo d’occhio sulle enormi vasche d’acciaio è impressionante. Come lo è la barricaia, quasi un sacrario, mantenuto a temperatura e umidità controllata perché il vino riposi nelle condizioni ottimali alla sua riuscita. «La cantina è stato il momento della svolta, che ha consentito di perfezionare la qualità dei vini prodotti – aggiunge Sabatino –, sperimentando senza snaturare le caratteristiche distintive dei vini maremmani. Perché la filosofia dell’azienda, che si riflette anche nel logo delle bottiglie Val delle Rose, ovvero Diana con la testa rivolta indietro e un cervo che corre in avanti, è il cuore nella trazione e lo sguardo rivolto al futuro».
Val delle Rose nasce come azienda produttrice di Morellino di Scansano, il primo step che ha portato subito alle prime due grandi etichette: il Val delle Rose Morellino di Scansano Riserva Poggio Leone Docg, «autenticamente maremmano», lo descrive la scheda tecnica, e Val delle Rose Morellino di Scansano Docg. Il secondo step è stato impiantare vermentino – la risposta toscana al pinot grigio, sostiene Piero Sabatino – alla base del Val delle Rose Maremma Toscana Vermentino Litorale Doc e del Cobalto, sempre un vermentino in purezza, ma più ricercato, ottenuto dalla fermentazione in acciaio, terracotta e legno, prodotto in sole 2000 bottiglie. Il 2015 è l’anno del Ciliegiolo Maremma Toscana Doc, mentre l’omaggio alla Maremma è nel gradevole Aurelio, con il nome della strada romana costiera che corre lungo la costa. Non solo Morellino, quindi, e la scelta «di ricercare, con i vitigni internazionali coltivati in provincia di Grosseto le tipologie di vino vicine al bolgherese. La bellezza della Doc Maremma Toscana è che è un territorio molto ampio, in cui la stessa varietà esprime caratteristiche differenti a seconda della zona in cui viene coltivata. Il nostro obiettivo è riuscire a soddisfare il consumatore, facendogli conoscere un nuovo gusto di qualità. Che poi è anche un modo di promuovere tutto il territorio», conclude Sabatino.
Il nome Cecchi, del resto è una garanzia, una lunga tradizione iniziata oltre 100 anni fa, quando il capostipite Luigi, nel lontano 1893, iniziò a lavorare nel mondo del vino come “palatista”, ovvero assaggiatore. Dalla prima metà del’900, quando a Luigi si affiancò il figlio Cesare, Cecchi è sinonimo di vino, con le proprie radici nel Chianti Classico. Oggi sono sei le realtà aziendali guidate da Cesare e Andrea Cecchi. Oltre a Val delle Rose, quattro in Toscana e una in Umbria, nel regno del Sagrantino di Montefalco: Villa Cerna, a Castellina in Chianti; il Castello di Mantaùto a San Gimignano; la tenuta Alzatura a Montefalco; Villa Rosa a Castellina in Chianti; la tenuta di Montalcino (ultima acquisizione, 2018). —
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