Sicurezza
Sulla collina che è un po’ magica le fantasie di bambina sono realtà
Ilaria Pietromarchi Tosato acquistò la tenuta con il marito nel 1999. Adesso i vigneti sono maturi e arrivano i successi: quattro le etichette
CAPALBIO. C’è un momento della giornata in cui Ilaria Pietromarchi in compagnia dei suoi cani pastori maremmani, sale all’apice della sua collina. E da qui, che è un luogo magicamente suggestivo – dove un’effervescente brezzolina spira anche a mezzogiorno di un’assolata mattina di luglio – accarezza con lo sguardo il risultato: «Sono una persona concreta – quasi spiazza la franchezza dell’autodefinirsi per quell’innata signorilità che intorno le crea un’aura – Ed è una bella soddisfazione». Si gode dall’alto i suoi vitigni, Ilaria, a ciascuno dei quali è dedicato uno spicchio della collina, sapientemente scelto a secondo dell’esposizione più adatta alle caratteristiche di esso.
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Siamo a Villa Pinciana, ai piedi del borgo di Capalbio, che dista un chilometro e mezzo: da un lato ci sono le dolci colline del Mancianese, dall’altro il mare; il clima soleggiato e ben ventilato, il terreno di uno straordinario mix di argilla e sabbia adornano una culla ideale per le uve: quelle autoctone come il Sangiovese, il Pugnitello e il Vermentino e quelle dei vitigni delle varietà internazionali come i Cabernet, il Petit Verdot e il Viognier.
Era il 1999 quando Ilaria e il marito Massimo Tosato acquistarono Villa Pinciana, una tenuta di 65 ettari. Nel 2003 cominciarono a impiantare oliveto e vigneti: e la prima vendemmia arrivò nel 2006. Comincia a prendere forma così il sogno di Ilaria. «Fin da quando ero bambina ho sempre desiderato – confessa – avere un’attività agricola: sarà perché ho radici legate alla terra»: sono quelle della madre, Giuppi Sgaravatti, notissima paesaggista, ma c’è anche il contributo del nonno materno, Benedetto, patron di grandi vivai.
Nata a Ginevra anche per la carriera diplomatica del padre, Ilaria ha trascorso gli anni degli studi – conclusi con una laurea in statistica – tra Roma, gli Stati Uniti e Londra, ma i ricordi della sua fanciullezza sono soprattutto legati con un filo rosso a Capalbio, alla casa di famiglia di Pescia Fiorentina dove trascorreva le vacanze. Ecco perché Villa Pinciana dovrebbe esserle apparsa subito come un se non qui-dove? Le caratteristiche della terra capalbiese – vocata per oliveti e vigneti – ha fatto poi propendere, dopo aver considerato altre tipologie di investimenti – grano, frutteto, noccioleto... – per quella tipologia di progettualità: il vino. E poi c’è Massimo, che non ha semplicemente assecondato Ilaria come un amorevole compagno di vita può fare, ma l’ha anche spronata. «Mio marito, banchiere, mi ha finanziata – aggiunge – e l’azienda da due anni è in pareggio (l’investimento iniziale è stato di circa un milione di euro, ndr) ma, da imprenditore che è sempre stato, mi ha anche incoraggiato e spinto».
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Villa Pinciana oggi ha nove ettari di vigneti per una produzione annua di circa 40mila bottiglie; nel 2010 è stata completata la cantina (prima si vinificava a San Gimignano) dotata delle tecnologie più moderne e innovative. E, sorpresa, accanto alle barrique ci sono persino opere d’arte: per esempio, una scultura del fratello di Ilaria, Benedetto Pietromarchi, artista internazionale; anche la vicinanza dell’arte, chissà, corrobora l’affinamento dei vini nei preziosi legni... Quattro le etichette, due rossi e due bianchi. E la filosofia che anima la produzione è sempre stata chiara, fin dai primi passi: Villa Pinciana – nel cui logo creato da Dante Albieri, colonna storica dell’editoria Slow Food, si stagliano gli spicchi della collina di Ilaria – è solo vino di alta qualità, ottenuto con una raccolta in vigna rigorosamente a mano (e non più di 60-70 quintali al giorno) e con una accuratissima selezione in cantina. Il primo vino, che rimane la punta di diamante di Villa Pinciana, è un rosso, Terraria – nel nome una radice della terra e un accenno al nome dell’imprenditrice – e che è al 45% San Giovese, al 45% Cabernet Sauvignon, al 10% Petit Verdot; nel 2011 è arrivato Tilaria, il secondo rosso, con la “T” – che può stare per Toscana ma anche per Tosato – e che porta a spasso un’eco di chi l’ha creato; il terzo nettare, primo bianco, è Airali, Vermentino e Viognier, battezzato con il nome di Ilaria scritto al contrario; ultimo nato nel 2015 è Viognier, quale sia il vitigno è lampante, ma avrebbe dovuto chiamarsi, nelle intenzioni della Signora di Villa Pinciana, Nell’aria: «Ma mio marito – puntualizza quasi seria – ha detto: “Eh, no, ora basta”. Ma prima o poi – rivela – Viognier sparirà», a vantaggio di Nell’aria, è chiaro, apre a una scherzosa scaramuccia con il marito. Tre etichette sono Doc Maremma Toscana, i due bianchi e Terraria e c’è il secondo rosso, Tilaria, che è un Igt.
Squadra che vince, non si cambia: in ufficio c’è Cristina Sarno, in cantina Samuele Sorgi, in vigna Edoardo Pastorelli mentre Paolo Caciorgna è l’enologo. A tutto il resto pensa Ilaria, che è (anche) madre di tre figli – Guglielmo, Angelica e Isabella – dall’andare su e giù per i filari, al marketing, alle fiere, al portafoglio-clienti, alla promozione. E i risultati arrivano: l’ultimo appena tre settimane fa quando il vermentino Airali Annata 2017 è stato insignito dell’argento del Decanter World Wine Award, il più importante certamen internazionale per i vini: basti pensare che 280 esperti da trenta paesi nel mondo giudicano oltre 16.500 nettari da novantadue paesi: fate voi. –
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