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Addio al cavalier Fommei, reduce di El Alamein

Francesca Ferri
A sinistra il cavalier Giuseppe Fommei, a destra il funerale a Grosseto (foto Agenzia Bf)
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A sinistra il cavalier Giuseppe Fommei, a destra il funerale a Grosseto (foto Agenzia Bf)

Tra gli ultimi sopravvissuti alla battaglia, si è spento a 99 anni. Le sue memorie affidate a un diario ancora inedito

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GROSSETO. Nella sua bara ha voluto un pugno di sabbia di El Alamein e uno di terra nera di Russia. A fianco il suo basco, un modellino di carro armato, la medaglia di bronzo, le foto delle figlie, del fratello Enzo disperso in Russia e del Duce. Indosso la sua divisa da ufficiale dell’esercito. Ha lasciato precise disposizioni per i funerali, con la meticolosità di un militare. Perché Giuseppe Fommei, cavaliere, nonostante una vita passata al Monte dei Paschi, in cuor suo è sempre rimasto un capitano dell’Esercito italiano, carrista. Uno degli ultimi reduci di El Alamein, fondatore e presidente della sezione grossetana dei Carristi d’Italia e già presidente dei Veterani Sportivi.

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Fommei, 99 anni, vedovo da undici, si è spento mercoledì 3 luglio nella sua casa di Grosseto dove abitava dal 1947. Lucido fino alla fine, se ne è andato nell’affetto delle figlie Alberta, Angela e Silvana, dei generi Mauro, Piero e Ado, dei nipoti Barbara, Chiara, Francesco, Stefano, dei bisnipoti Giulia, Rachele, Viola, Benedetta, Andrea e Leonardo. Ieri pomeriggio in San Francesco il funerale a cui ha partecipato un picchetto d’onore della divisione corazzata Ariete.

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Il cavalier Fommei era nato a Grosseto nel 1921 in quella che allora si chiamava piazza delle Catene, oggi piazza Dante, il cuore della città. «Era il primogenito di tre figli maschi – ricorda la figlia Alberta –. A 22 anni partì per la guerra e come lui il fratello minore, Enzo, che aveva solo 18 anni». Si salutarono a Firenze, alla stazione di Santa Maria Novella. «Andarono a mangiare insieme al ristorante Sabatini e lì mio padre, che era ufficiale, fu redarguito da alcuni ufficiali perché “gli ufficiali non siedono insieme ai soldati semplici”, come mio zio che era un soldato volontario. Lui replicò che era suo fratello e che stavano per partire uno per l’Africa e l’altro per la Russia. Fu l’ultima volta che si videro». Fommei, ricorda ancora la figlia, ha sempre creduto in quella guerra, nonostante quella guerra gli avesse presentato un conto altissimo: la prigionia di tre anni ad Algeri e la scomparsa del fratello.

Rientrato in Italia, si sposò con Lia Fantacci. «Cominciò allora a riprendere la sua grande passione – spiega Alberta – cioè il calcio, che condivideva con l’altro fratello, Alberto, gloria della Sampdoria. Giocava come ala sinistra nel Grifone, fu quasi ingaggiato dalla Fiorentina, ma proprio mentre stava per firmare il contratto arrivò la notizia dell’assunzione al Monte dei Paschi».

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Calciatore, impiegato di banca, padre, marito. E tuttavia Fommei è sempre rimasto fedele alla divisa. «Leggeva tantissimi libri di storia – racconta ancora la figlia – ha scritto un diario che ha regalato a tutte noi figlie, e ha cercato uno a uno i soldati che avevano combattuto con lui. Con alcuni ha mantenuto contatti fino a pochi anni fa. Ad esempio con un prigioniero, Antonio Castri, che durante la detenzione gli aveva salvato la vita cedendogli il proprio rancio mentre mio padre era malato di malaria. Per mio padre era come un fratello e per tutta la vita gli fu vicino aiutandolo nei momenti difficili. Mio padre era un uomo che amava dare senza avere niente in cambio: credeva nell’amicizia e nei valori». —
 

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