Gioco
I lividi si vedono, ma più male fanno le ferite psicologiche
La presidente Sabrina Gaglianone ripercorre la storia della struttura e invita tutti a praticare una cultura di parità: «È l’unico antidoto»
l’intervista
francesca ferri
«Una storia che in questi venti anni mi ha colpito di più? Ce ne sono tante e di ognuna conservo il ricordo. Ma forse sono due le donne che mi hanno colpita di più. Una è la prima donna che si è affacciata al punto di ascolto di Follonica e che seguiamo ancora. Le si è separata, ha cominciato il suo percorso di autonomia, ma ha piacere di venire a trovarci, di raccontare la sua vita. È un esempio di come le cose non si risolvano in cinque minuti, ma servano anni. L’altra era una donna eccezionale, che sapeva raccontare le violenze subite ma facendoti ridere, con questo modo di comunicare con gioia e forza. Una donna eccezionale, che se n’è dovuta andare via dall’Italia perché il marito alla fine non è stato punito. E poi tante donne con ferite alla testa, con facce piene di lividi. Ma non sono le ferite visibili quelle più dolorose».
Sabrina Gaglianone, come è nato il Centro antiviolenza che lei presiede?
«Il centro antiviolenza partì tra la perplessità di tanti perché il problema della violenza di genere non era all’evidenza come oggi. Sembrava non toccare questa realtà. Come avvenne? Le donne che si sono incrociate in quel periodo erano legate ad altre realtà. Era il periodo in cui nacque la Casa della donna di Milano, poi quella di Bologna. Ci fu un’autocoscienza generale, ci si rese conto che c’era una violenza maschile sulle donne che veniva raccontata solo come confidenze tra amiche o taciuta. Se ne vedevano i segni, ma non emergeva. Questo gruppo di donne, tra cui assessore e amministratrici provinciali, decisero di creare un’associazione, che dì a breve si sarebbe chiamata Olympia De Gouges. E l’associazione ha dato vita al centro antiviolenza, che ha avuto la prima sede in via Oberdan, poi in via Trieste e ora è in via Ansedonia».
Era il 1° aprile 1999. La presidente era Gabriella Lepri. Cosa si prefiggeva l’associazione?
«L’associazione ha tre scopi: aiutare le donne nei percorsi di uscita dalla violenza attraverso il centro, fare prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole e fare prevenzione e sensibilizzazione nella società. Il centro antiviolenza è il suo braccio operativo».
Come funziona il centro antiviolenza?
«Subito ci siamo rese conto di dover coordinare la nostra azione con l’ospedale e le forze dell’ordine. Il centro ha cominciato a lavorare anche insieme all’Asl perché poi i servizi sociali sono diventati parte importante nella gestione. Poi ci siamo rese conto che era necessario allargarsi e intercettare il problema dove esisteva. La nostra è una provincia troppo grande per un solo centro antiviolenza, quindi abbiamo cominciato a lavorare in aree sociosanitarie: Follonica, Orbetello, zona Amiata e area grossetana con punti di ascolto».
Punti che si sono rafforzati...
«Negli anni Orbetello ha maturato le caratteristiche per passare da punto di ascolto a centro antiviolenza, cioè essere collegato al numero nazionale 1522 che si può chiamare fare in caso di violenza. Oggi abbiamo due centri, a Grosseto e a Orbetello. Fondamentale supporto nella loro realizzazione è arrivato dalla Provincia».
E la casa rifugio?
«Nel tempo è nata l’esigenza di averne una. Se le donne che accedono al pronto soccorso fanno denuncia, non possono tornare a casa perché la valutazione del rischio consiglia di allontanarle dal domicilio. Grazie al Coeso e all’allora assessora alle politiche sociali Antonella Goretti è stata attivata una casa rifugio a indirizzo segreto che funziona dal 4 aprile 2016. Da allora abbiamo ospitato otto donne e dodici minori. La casa è di proprietà del Coeso che la gestisce a livello amministrativo; noi la gestiamo a livello operativo. Arrivano donne da tutta Italia perché talvolta la prudenza suggerisce di mandarle lontano».
Come è cambiato in questi anni il problema della violenza sulle donne?
«Si parla di violenza solo quando ci sono dei lividi. In realtà c’è una violenza molto più subdola che è quella psicologica, che dà frustrazione, isolamento, decadimento totale dell’autostima, che provoca molte malattie alla donna, dalla gastrite alla depressione, alla colite ulcerosa. Le persone si ammalano quando vivono in famiglia una situazione di questo genere. La violenza psicologica annulla le persone».
C’è poi lo stalking...
«Quello degli atti persecutori è un altro problema affiorato negli ultimi anni: centinaia di telefonate, pedinamenti, messaggi causati dalla fine di un rapporto. È importante innanzitutto riconoscere queste forme di violenza e poi capire che da queste situazioni, che sembrano personali, se ne può uscire. Per questo servono i centri antiviolenza».
Cosa può fare ciascuno di noi per prevenire la violenza sulle donne?
«Tutti siamo coinvolti, non solo chi subisce violenza o se ne occupa. È un problema antico che affonda le radici in una cultura patriarcale. Per uscirne dobbiamo fare un salto culturale, praticare una cultura di parità e saper gestire meglio i nostri conflitti, che è cosa cruciale. Per questo abbiamo voluto dedicare una parte importante delle celebrazioni del ventennale al progetto pilota “Giù dal ring”, rivolto ai bambini. C’è ancora molto lavoro da fare». —
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