Gioco
Galeotta fu la visita al Poggiarello che segnò l’inizio di un’altra vita
Stefano e Chiara fecero un salto nella vecchia azienda di famiglia Il richiamo della terra fu così forte che dissero addio alla “loro” Milano
tra i filari
lina senserini
Arrivare all’azienda agricola Muralia, dalla strada provinciale che da Roccastrada porta a Sticciano, è come entrare in un quadro del 1300. A sinistra il castello di Montemassi, a destra Roccatederighi che si intravede appena, poi le colline. Pare il paesaggio immortalato da Simone Martini nel celeberrimo Guidoriccio da Fogliano, dove il marrone della terra è sostituito oggi dal verde delle colline. Muralia si apre come un anfiteatro circondato da filari di viti e in mezzo, al termine di una lunga fila di cipressi, c’è la casa padronale. Quando nel 1953, Domenico D’Amelio, medico piemontese, decise di venire a vivere in Maremma con la famiglia, non avrebbe mai immaginato che quei 120 ettari di terra che comprò in località “Il Poggiarello”, un giorno, sarebbero diventati il sogno della nipote Chiara. E in fondo non era nemmeno il suo principale interesse, perché scelse Grosseto per vivere e lavorare, affidando la terra a affittuari e mezzadri. Non c’erano vigneti, l’agricoltura era basata su grano, mais e girasole.
Circa mezzo secolo dopo, Chiara e il marito Stefano Casali (nella foto), in partenza per una vacanza in Corsica, prima di imbarcarsi decisero di fare un salto alla vecchia azienda di famiglia. Era il 1997 e da lì inizia la seconda vita della proprietà e, in un certo senso, anche di Stefano e Chiara. Vivono soddisfatti a Milano ma il richiamo di quella terra è tale da indurre anche l’inizialmente meno convinto Stefano a mollare tutto, pochi anni più tardi, e partire per la Maremma.
«Non avrei mai immaginato di poter vivere lontano dalla città», commenta con l’aria rilassata di chi ha fatto la scelta giusta. E invece, nel 2003, a 39 anni, dopo una lunga riflessione che ha avuto nel vino il motivo trainante della scelta, decide insieme a Chiara di lasciare Milano: grazie anche a un amico che mette in testa a Stefano l’idea di impiantare viti. La casa aveva ricevuto una prima ristrutturazione da Carlo, il padre di Chiara, le vigne non c’erano, a esclusione dei quattro ettari acquistati a Sassofortino, la cantina era da costruire. Tra il 2003 e il 2006 sono state messe a dimora le viti, nel 2007 la prima vendemmia “test”. Nello stesso anno viene costruita la cantina, interrata come un “cassetto” nella collina, invisibile finché non si arriva all’ampio piazzale antistante, delimitato dal muro. “Muralia”, appunto, dal latino “pila muralia”, le barricate dell’esercito romano, di cui il nome richiama la forza e la solidità. E dove campeggia l’inconfondibile logo, di copyright sumero. L’immagine che identifica l’azienda, infatti, altro non è che la figura della mano della scrittura sumera; il simbolo del lavoro, richiamata anche nello slogan “uva, mani, muralia”.
Oggi la cantina si sviluppa su tre piani, di cui uno interrato per otto metri dove riposano le barriques e dove temperatura e umidità non hanno bisogno di essere controllate artificialmente, grazie alla termoregolazione spontanea della terra, aiutata solo nei periodi più caldi dell’anno, bagnando piccole vaschette di ghiaia disposte sul pavimento per mantenere l’umidità. Dettagli di gusto e eleganza, ma anche di praticità, che rispecchiano la filosofia dell’azienda, riassunta dal proprietario nella parola “equilibrio”. In tutto: nella scelta dei vitigni, nella selezione dei grappoli, nell’assemblaggio dei vini, ma soprattutto nel rispetto dell’ambiente e delle sue caratteristiche, che si ritrovano in ogni singolo calice di vino. Niente è stato lasciato al caso. Ogni vino che esce dalla cantina di Muralia, è una storia a sé, che nasce da esperimenti di microvinificazione, ovvero il singolo vitigno e la singola vigna vinificati separatamente e poi assemblati.
La vendemmia e la scelta dei grappoli è fatta a mano, un ettaro al giorno. Se l’annata non è buona il vino non si fa o solo in quantità ridotte. Equilibrio, ottenuto anche coltivando uve in terreni molto diversi: questo spiega i 4 ettari a Sassofortino, dedicati al viognier e a una parte del sangiovese che produce il rosso Muralia. 400 metri di altitudine e terreno completamente diverso, che dà uve con caratteristiche differenti ed al vino un’impronta unica e originale. Il primo ad essere prodotto è stato Babone, «quello che meglio ci rappresenta», spiega Casali, un Dop Maremma Toscana Rosso, affinato in legno, successivamente in vetro per 12 mesi. Poi è arrivato Muralia, il vino di punta, Igp Toscana Rosso, affinato in botti di rovere per 24 mesi e in bottiglia per 12 mesi. Crescendo l’esperienza, sono nati gli altri vini, Altana Dop Maremma Toscana Rosso, il bianco Chiaraluna e il rosato Corbizzo.
Una storia a parte è quella di Manolibera, Igp Toscana Rosso. «Era il 2008. In cantina abbiamo la “vasca zero”, dove finiscono i tagli delle lavorazioni, unico caso in cui le uve vengono vinificate insieme – racconta Stefano – Pensavamo a un vino da vendere sfuso, ma quando lo abbiamo assaggiato abbiamo capito che avrebbe avuto un futuro. Infatti ha vinto l’etichetta Slowfood di eccellenza per uno dei migliori vini toscani sotto i 10 euro». Peraltro unico prodotto nel 2014, l’annus horribilis della vendemmia. L’azienda fa parte della Federazione dei Vignaioli indipendenti. «Coltiviamo le nostre uve, facciamo il nostro vino, vendiamo il nostro vino» è il loro motto, che Stefano e Chiara hanno sposato appieno.
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