Il Tirreno

Grosseto

Una strategia che potrebbe abbracciare anche altre aree

massimiliano frascino

Un sistema omogeneo può giovare non solo all’Uccellina ma anche alle Bandite di Scarlino, alla Diaccia Botrona e alle Colline Metallifere 

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l’ANALISI

massimiliano

frascino

Al Parco della Maremma c’è fibrillazione. E in termini di sviluppo economico, a cavallo tra turismo e agricoltura, potrebbe venirne fuori qualcosa di buono per l’intera provincia. Solo che si voglia una volta gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Pochi giorni fa è uscito allo scoperto un gruppo di agricoltori e agrituristi che stanno mettendo su un comitato per chiedere una cosa semplice: basta con la diarchia inefficiente tra Parco della Maremma ed Ente terre regionali di Toscana, l’ex Azienda agricola di Alberese. I diecimila ettari di area protetta hanno bisogno di una gestione unitaria e meno burocratizzata, per semplificare i rapporti tra soggetto gestore e mondo dell’impresa. Continuando a garantire la tutela ambientale per cui il parco è nato, ma anche spingendo l’acceleratore sullo sviluppo economico. Obiettivi per ora generici, ma del tutto condivisibili.

Ad oggi, peraltro, la situazione è vagamente kafkiana. Con i 10mila ettari di area protetta divisi tra la giurisdizione di Parco ed Ente, e un cervellotico regime di concessioni reciproche tra due emanazioni della Regione regolate da mitici protocolli d’intesa. E tutto ciò che le perversioni della burocrazia sono in grado di partorire. Un nodo gordiano che, ad esempio, impedisce di cogliere le occasioni per intercettare risorse del Piano di sviluppo rurale (Psr). Com’è avvenuto invece per il Parco di Migliarino San Rossore.

Ben venga quindi un moto dal basso per dare dinamismo al Parco della Maremma, che ha ancora un bel ventaglio di frecce al proprio arco. Migliorandone notevolmente la capacità attrattiva di turisti e il ruolo di volando economico per le produzioni agricole e agroalimentari con un marchio territoriale di qualità.

Visto che qualcuno s’è deciso a tirare il sasso in piccionaia, però, vale la pena anche guardare un po’ più in là dei monti dell’Uccellina. Tipo dalle parti delle due Riserve naturali della Diaccia Botrona (700 ettari) e delle Bandite di Scarlino (9mila) ettari. Realtà di grande valore paesistico e ambientale, che sembrano due belle addormentate.

Certo, si tratta di esperienze differenti rispetto all’area del Parco, per come sono nate e per come si è sviluppato il modello di gestione. Ma guardando in prospettiva, il problema non è né legislativo, né amministrativo.

Il tema è, come si dice, strategico. È forse utopico pensare a un progetto unitario – gestionale, di marketing e integrazione con le attività produttive – per un patrimonio ambientale enorme e meraviglioso? Ma altrettanto sottoutilizzato e improduttivo in termini economici?

Si ha consapevolezza, ad esempio, che l’Area protetta delle bandite di Scarlino ha un bilancio di gestione che si aggira intorno ai 3 milioni e mezzo di euro all’anno? E che Cala Violina, Martina e Francese, insieme alla rete sentieristica dedicata al trekking, oggi poco utilizzate, potrebbero davvero diventare benzina per l’offerta turistica nella zona nord della provincia di Grosseto. Contribuendo alla destagionalizzazione dei flussi, e puntando in modo “industriale” su turismo slow e naturalistico. Magari integrandosi con il vicino Parco nazionale archeominerario delle Colline Metallifere. Insomma, tagliando con l’accetta le questioni. Sarebbe auspicabile che i moti tellurici al Parco della Maremma, innescassero la miccia di una discussione finalmente senza steccati su come dare una nuova caratterizzazione identitaria alla Maremma, finalmente destinazione turistica omogenea. E soprattutto distretto turistico ben organizzato intorno alla propria vocazione. —



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