Il Tirreno

Grosseto

centrali a biogas: il dibattito/1 

«Prescrizione e multe Chi tutela l’ambiente?»

roberto barocci*

L’allarme e l’invito alla riflessione del professor Barocci «Le leggi boicottano chi è chiamato a controllare»

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grosseto. Qual è la efficacia dei pubblici uffici in casi concreti a difesa dell’ambiente come quello delle centrali a biogas al centro delle polemiche a Grosseto? Perché alcuni cittadini, che hanno avuto la sfortuna di abitare vicino agli impianti a biogas devono sopportare per anni condizioni di vita in un ambiente divenuto insopportabile? Il professor Roberto Barocci, una vita passata a combattere per affermare la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute contro il mostro dell’inquinamento – e di chi lo produce o non fa nulla per eliminarlo – interviene con una riflessione che spalanca scenari inquietati: in Italia le leggi e il sistema giudiziario presentano molte falle nel tutelare i cittadini e dell’ambiente.

Barocci parte dalla classificazione degli impianti a biomasse come i sette intono a Grosseto. «Secondo le nostre leggi – dice Barocci – tali impianti sono da favorire, tanto da ricevere dal Ministero dello Sviluppo Economico incentivi pubblici, pagati in bolletta da tutti gli utenti del servizio elettrico, perché produrrebbero energia pulita». È davvero così? «A contraddire tale presunzione – dice il professore – segnalo le recenti denunce del Comitato Grosseto aria pulita, costituitosi per difendere la salute dei cittadini, e segnalo le dichiarazioni di Arpat sui numerosi controlli su tali impianti, circa 30 in pochi anni».

Cosa è scaturito da questi controlli? «L’Arpat – dice Barocci – segnala che in una decina di casi avrebbe indicato ai magistrati della Procura che tali impianti sono gestiti in modo difforme alle norme e alle prescrizioni rilasciate ai gestori dagli uffici pubblici in sede di autorizzazione. Ma gli impianti continuano a esser gestiti in modo difforme ai progetti autorizzati». Com’è possibile?

Per capire, Barocci segnala uno studio prodotto dall’Istat, che ha raccolto da tutte le Procure d’Italia i caratteri e il destino di tutti i procedimenti penali avviati nel corso del 2016 sui reati ipotizzati di carattere ambientale. «Dal 2006 – dice Barocci –, anno in cui è stato varato il Testo Unico ambientale, al 2014 i procedimenti per reati ambientali sono passati da mille a 13mila, ma il 46% sono stati archiviati dalle stesse Procure prima di arrivare al dibattimento davanti a un giudice per prescrizione dei tempi».

I tempi della prescrizione, spiega Barocci, «non decorrono dal momento in cui inizia il procedimento, come parrebbe logico ma dal momento in cui si è concretizzato il comportamento da giudicare, e arriva alla fine del terzo grado di giudizio». Fine peggiore fanno i restanti provvedimenti che arrivano davanti al giudice. «Per l’80% circa o si chiudono con una archiviazione per prescrizione dei tempi o con il pagamento di una semplice ammenda, che cancella completamente il giudizio». E ancor più da indagare è l’entità di queste ammende, «che sono contravvenzioni al pari delle multe per una violazione dei limiti di velocità – fa notare Barocci –. Il Noe alla commissione parlamentare d’inchiesta sui reati commessi nel ciclo dei rifiuti afferma che sono in media un decimo dei guadagni illeciti contestati». Allora, chiede Barocci, «chi e come difende nel nostro paese l’ambiente? Chi boicotta l’efficacia dei pubblici uffici incaricati di difenderlo? Chi ha decise queste regole? Chi ha deciso queste norme a favore di chi inquina? Quali interessi tutela?». —



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