Il Tirreno

Grosseto

il giallo di via sauro 

«Si chiuse in camera di mamma E da lì mancavano dei soldi»

Pierluigi Sposato
«Si chiuse in camera di mamma E da lì mancavano dei soldi»

Al processo per omicidio preterintenzionale nei confronti di Giuseppe Di Gioia ha testimoniato la sorella Maria che viveva con Donata Muccio, trovata morta

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«Un giorno Giuseppe venne a casa di mia madre e mia. Si chiuse in camera da letto di lei, disse poi che doveva vedere qualcosa dalla finestra. Dopo, mamma non trovò più i soldi, mi sembra duemila euro più un collier d’oro. Era Pasqua, non ricordo se del 2014 o del 2015. Era stato Giuseppe? Non posso dirlo. Lui rispose di non aver preso nulla».

C’è anche questa ombra nei trascorsi di Giuseppe Di Gioia, imputato davanti alla Corte di assise di omicidio preterintenzionale. La introduce, rispondendo alle domande del pm Salvatore Ferraro, la sorella Maria Giuseppa, che abitava con la mamma Donata Muccio nell’appartamento di via Sauro. Due ore e mezzo di risposte, a tutto campo, qualche volta con l’aiuto delle dichiarazioni rese all’epoca alla polizia. Dalle abitudini della madre («era autosufficiente, non usciva mai, raramente scendeva a fare la spesa, a casa si sentiva al sicuro ma guardava dallo spioncino quando qualcuno suonava, solo lei e io avevamo le chiavi, anzi ne fu poi trovato un terzo mazzo, è vero; lei era una tipa tosta, non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno anche se aveva 80 anni») alla disponibilità di denaro della vittima («era pensionata Fs, prendeva 1.300 euro al mese, li teneva a casa, per le spese ci dividevamo senza un criterio preciso, non mi ha mai detto dove teneva i soldi in camera, preziosi ne aveva ma non di grande valore»); dai rapporti rarefatti («dopo l’acquisto della casa, Giuseppe comprò una moto, una spesa non necessaria, e fece un incidente. Quando si sposò non ci disse nulla. E mia madre non andò al battesimo dei nipoti perché avvertita solo la sera prima») ai regali che la mamma faceva a lei («sì – ha risposto all’avvocato Sabrina Pollini – mi ha dato i soldi per comprare l’auto, mi ha fatto dei regali, certo»).

E poi la drammatica ricostruzione di quel 24 ottobre 2015: lei era uscita alle 6 per andare a lavorare al bar del porto di Talamone, aveva chiamato la madre verso le 9 perché sapeva dalla sera prima che il fratello sarebbe venuto a pranzo perché doveva venire a Grosseto per delle commissioni («non rispose, la chiamai più tardi, mi disse che era scesa a comprare le salsicce»). Giuseppe la chiamò verso le 14: «Risposi che stavo lavorando. Sì, mi chiese quando sarei rientrata a casa ma a quell’ora ancora non potevo saperlo. E lì per lì non mi ero posta la questione del perché della domanda. Disse che mi doveva parlare. Mi sembrò tranquillo, io ero infastidita perché stavo lavorando». Poi la nuova telefonata alla madre: «Verso le 15, dovevo dirle che avrei tardato perché sarei anche passata a fare la spesa. Non mi rispose. E allora cominciai ad agitarmi. Chiamai Giuseppe, lui mi disse che non era più a casa di mamma. Io mi ricordo di avergli detto: “Vai a casa, chiama i vigili del fuoco e fai buttare giù la porta perché mamma si è sentita male”. Perché di pomeriggio era difficile che lei uscisse. Lui mi disse che avrebbe aspettato me, che stavo arrivando, non aveva le chiavi. La porta era chiusa solo col battente. Finestre chiuse. Mia madre era per terra, non respirava. Mi ero trovata accanto la vicina, forse avevo gridato. Avevo detto a Giuseppe di chiamare l’ambulanza ma poco dopo mi trovai un poliziotto a casa. Fu quest’ultimo a farmi notare che la camera era devastata. Poi arrivò il 118». —



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