Sicurezza
«Di Gioia le mise la mano sulla bocca per farla zittire»
Oggi il processo riparte dalla testimonianza del compagno di cella che aveva raccolto le confidenze dell’imputato di omicidio preterintenzionale
GROSSETO. Riparte stamani - e saranno sentiti alcuni testimoni chiamati a delinerare la personalità dell’imputato - il processo in Corte di assise nei confronti di Giuseppe Di Gioia, imputato di omicidio preterintenzionale in relazione alla morte della madre Donata Muccio (ottobre 2015).
E riparte dall’ultima testimonianza di due settimane fa, quella di Antonio Nocera, che per circa un mese aveva diviso la cella con Di Gioia, all’epoca arrestato. I due erano entrati in confidenza: «Di Gioia mi disse che avevano avuto una discussione animata, che lei era andata in terra e che in quel momento avevano suonato alla porta: mi disse che aveva cercato di farla zittire, di non farla gridare, mettendole una mano sulla bocca. Poi si era accorto che non respirava più. E allora era andato nella paura e aveva mosso un po’ di cose. Gli dissi che per me aveva fatto una gran cavolata».
Nocera, che ha parlato tra molte difficoltà e che è stato richiamato varie volte dalla presidente Laura Di Girolamo, ha spiegato che Di Gioia gli aveva raccontato di «dovere dei soldi a qualcuno. Mi disse che aveva ualche debituccio. Mi parlò dei problemi per il lavoro. La madre gli dava 200-400-500 euro». Nocera, che ha spiegato di aver gestito una sala di slot machine, ha aggiunto di aver dato qualche consiglio dopo che Di Gioia gli aveva parlato dei suoi problemi con il gioco. Di Gioia era in crisi profonda in quei giorni di carcere.
Ma l’imputato era sincero o no? Era attendibile o no? «Non so se mi raccontò la verità oppure no. Io so che lo avevo aiutato a scrivere dal carcere delle lettere alla famiglia: ciò che lui voleva raccontare era comunque “metaforizzato”, cioè lui escludeva intenzionalmente delle parti di quanto era accaduto». E la lettera che avrebbe dovuto consegnare all’avvocato? «Strappata e buttata». —
P.S.
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