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Stalking al Falusi, colpo di scena finale: il verdetto è rinviato
Accusa, parte civile e difesa avevano già concluso ma il giudice ha chiesto anche di sentire un altro testimone
MASSA MARITTIMA. Colpo di scena al processo nei confronti di due operatori del Falusi di Massa Marittima, Marzio Delle Monache e Fabrizio Rosi, accusati di stalking ai danni dell’allora direttore, Mario Tosi, e di danneggiamenti alle auto sua e della sua convivente.
Dopo la requisitoria del pm e le conclusioni della parte civile e le arringhe dei difensori, il giudice Giovanni Muscogiuri aveva dato appuntamento al pomeriggio per la lettura della sentenza: al suo rientro in aula, ha però deciso per un’integrazione istruttoria, disponendo l’acquisizione di una precedente sentenza (quella per violenza privata nei confronti di sei anziani ospiti, entrambi erano stati assolti) e l’audizione di un testimone. Rinvio, dunque, a giugno.
Chiara, secondo il viceprocuratore onorario Massimiliano Tozzi, la responsabilità dei due imputati. L’istruttoria ha messo in evidenza «i comportamenti ingiuriosi ai danni di Tosi, come scritte e altro», la parte offesa ha spiegato, i testi hanno illustrato il clima ostile esistente nella struttura, sono stati provati anche i danneggiamenti. Un anno e sei mesi per ciascuno era stata la richiesta al termine della requisitoria.
Una linea cui si è uniformato l’avvocato Alfredo Bragagni, che tutela Tosi. Il legale di parte civile ha sottolineato «l’odio» nei confronti dell’allora direttore, che trovò un impiccato inciso su una finestra. Ha ricordato che, in aula, i dipendenti avevano incontrato difficoltà nell’esprimersi ma che comunque c’era stato chi aveva confermato gli episodi che costituivano l’accusa di stalking.
Anche se non ci sono prove dirette che dei danneggiamenti (come quelli all’auto) siano stati autori gli imputati, è vero che una biglia come quella che aveva danneggiato il vetro era stata trovato nell’auto di una degli imputati. E i carabinieri avevano spiegato che non ci furono, all’epoca, atti di vandalismo generalizzati; ma solo diretti contro Tosi e la sua convivente. Lo stravolgimento delle abitudini, secondo Bragagni, era evidente, perché Tosi non andava più in auto al lavoro ma in bus. E lo stato di ansia si è attenuato solamente con il tempo.
I difensori Duccio Bari e Alfredo Florindi di Siena, hanno rovesciato i termini della questione, invocando l’assoluzione perché il fatto non sussiste per lo stalking e per non aver commesso il fatto per i danneggiamenti («le denunce furono contro ignoti»). «L’ansia lamentata è soggettiva, non determinata da fattori esterni come la norma vorrebbe: al Falusi nessuno ha visto o sentito mai nulla, il timore di Tosi è fondato su proprie supposizioni. Tosi non ha portato nulla in aula, né testimoni, né certificati, né quell’audio che dice di aver registrato. Scambi verbali con gli imputati sì, ce ne sono stati, gli stessi imputati li hanno ammessi. Ma loro due erano stati sospesi, il processo li aveva assolti, non potevano far finta di niente». E Bari ha ricordato quei gesti provocatori all’indirizzo degli imputati, come il gesto delle manette mimato da Tosi.
Nessun fondamento, secondo la difesa, ha l’episodio secondo il quale Tosi sarebbe stato minacciato con un coltello da Rosi: «Rosi aveva ammesso solo che c’era stata quasi una rissa, dunque un comportamento eccessivo da parte di entrambi ma solo verbale. Ma perché subito dopo Tosi non dice ai carabinieri che a minacciarlo era stato Rosi?». Il legale ha parlato anche di testimoni inattendibili dal punto di vista temporale se non autori di dichiarazioni false. «Ci sarà stato anche qualche vaffa – ha aggiunto il codifensore – dopo ciò che era accaduto e dopo che due gradi di giudizio avevano dimostrato l’infondatezza delle accuse. Ma non c’era mai stato un motivo personale: solo una discussione sul lavoro». —
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