Sicurezza
Centro e periferia, tradizioni e futuro Le connessioni da ricucire per la città
La professoressa Luciana Rocchi (Isgrec) invita a inquadrare il dibattito su Grosseto nel contesto dell’intera Maremma
l’intervento
luciana rocchi*
Benvenute discussioni sulla città: uscire dall’insoddisfazione inerte per mettere in piedi un dialogo è un passo avanti. Dialogo, dice Umberto Galimberti, non è parlare fra simili, ma confronto fra diversi, sano scontro. Intanto fra chi indica un bisogno radicale di affrontare gravi problemi e chi sostiene che tutto è in ordine, nulla da fare, mentre precipitano verso il peggio vecchie criticità e ne nascono di nuove. Ma non sono solo le scelte urbanistiche, sotto i diversi profili – funzionale, estetico... – chiamate in causa.
Il malato grave sotto osservazione è la città, che è dentro il suo territorio. Una decina d’anni fa Gian Franco Elia introdusse una tesi provocatoria. In una provincia per lunga storia policentrica, con un capoluogo inventato per ragioni amministrative, meglio sancire lo stato di fatto, pensando a un futuro di rete fra “i centri delle periferie”. Per il sociologo urbano che aveva studiato Grosseto da borgo rurale a città, suonava come diagnosi sull’insufficienza della straordinaria crescita demografica del secondo dopoguerra a conferire a Grosseto lo statuto di città: di fatto una resa.
Solo un argomento raccolgo per questa discussione: il problema di Grosseto e quello della Maremma sono inscindibili. Le paludi che hanno per secoli assediato la città erano un fattore determinante della sua povertà; le bonifiche, i risanamenti economici e gli interventi sociali nel corso di qualche secolo hanno popolato e sviluppato la campagna, ma non proprio arricchito e trasformato la città; l’ultima vocazione, quella turistica, ha trasformato, ma ancora una volta non è la città a goderne (o soffrirne) direttamente.
Manca un interscambio positivo fra la città e il territorio, insieme ricchissimi di promesse, bellezza e potenzialità produttive, se si rifiuta la nostalgia e il lamento sulla Maremma amara. Ci confrontiamo spesso con le città toscane, tutte più di Grosseto di nobili tradizioni urbane; ma invece di guardare con invidia le piazze e le chiese degli altri, guardiamo come è possibile interpretare la nostra modernità. Basta comparare le mappe per rimanere sgomenti di fronte a un rapporto fra quel poco che rinchiudono le mura grossetane e quel tantissimo che sta fuori. Qualche anno fa Edoardo Milesi, architetto “visionario”, propose di abbattere le mura. Ovvio non fisicamente ma con la ricerca di ponti, un tessuto-che-connette, batesonianamente, il dentro e il fuori. Per chi è cresciuto dentro le mura si rinnova il dolore, ogniqualvolta si scopre un vuoto in più, uno strappo o un’assenza. Però non ha la forza di autoalimentarsi per crescere bene un frammento di città di queste dimensioni, non si può dare funzioni se non in una relazione con tutta la città, né una città dall’identità tanto incerta può diventare qualcosa di significativo e riconoscibile senza una relazione con un territorio, la Maremma, dall’identità forte, riconosciuta in Europa persino due secoli fa. Un territorio che va dal mare all’entroterra, con una varietà di paesaggi e risorse che incantano sempre di più i forestieri appartiene anche alla città, se chi la amministra e i ceti dirigenti (lato sensu) escono e si guardano intorno, proponendo una reciprocità vantaggiosa per centro e periferie, svuotate da un’urbanizzazione che oggi sembra aver perso significato.
Qualcuno suggerisce una rivoluzione come quella che ha creato Bilbao: immaginazione e cultura hanno trasformato in luoghi magici chilometri di ruderi di fabbriche, che una guida esperta mostra con orgoglio ai visitatori, appena usciti da uno dei più importanti musei d’arte del mondo. Non è più tempo per sperare fasti di questo genere, né ci sono qui le dimensioni. Ma serve analogamente un’idea di futuro. Non dovrebbe essere troppo difficile per una città giovane, che non ha bisogno di spogliarsi della gabbia di tradizioni intangibili.
Non c’è idea di futuro nell’intervento di pulizia o leggero abbellimento di un tratto di mura. Né è un’idea di futuro quella che riporta la biblioteca civica, dopo vent’anni di precarietà e aspettative, a rioccupare gli stessi, identici spazi del passato, le stesse ristrettezze. Non ha fatto miracoli una città di provincia come Pistoia, che persino il sabato mattina vede la sua modernissima, splendida biblioteca riempirsi di lettori di età differenti, a godere un clima accogliente e lieve; ha solo avuto il coraggio e la determinazione di investire su un’idea. Intanto, non si batte ciglio mentre scompaiono elementi costitutivi di una parte dell’identità, come il Centro militare veterinario e il Casalone. Non è una contraddizione pretendere una proiezione forte verso il futuro e non voler perdere tradizioni, perché a queste non dà alcun senso lo spirito “antiquario” – imbalsamare per conservare. Non sarà l’erudizione (che noia! ancora Bianciardi) a dare uno specchio dove questa città riconosca se stessa.
Nel “manifesto per l’architettura” di Milesi, spicca la differenza fra spazio e luogo. Le nostre mura senza un’idea continueranno a essere spazio vuoto e i grossetani a recitare la geremiade di quando ci giocavano da piccoli. Senza che abbia una funzione, piazza San Francesco sarà ancora preda di vandali, dementi quanto si vuole, ma lì ad appropriarsi di qualcosa che non è per nessuno. Né cambierebbe nulla se anche amministratori si potessero vantare di tappare tutte le buche, additando festosi marciapiedi perfetti.
La domanda che farei è: come cucire centro e periferie, come smettere di creare isole separate e creare semmai le condizioni per una forza centripeta che le ricolleghi? La città tutta periferie prive di caratteri identitari (ma è così per tutte?) è o dovrebbe essere nel suo insieme alla ricerca di caratteri identitari, introvabili senza la capacità di pensarsi oggi e di immaginarsi un futuro, di fare lo sforzo di connettere spazi e tempi, con immaginazione, cultura, coraggio. In passato ci fu un progetto, poi saggiamente abbandonato dallo stesso Comune che l’aveva adombrato: un arco d’accesso alla città, con la scritta “L’aria della città rende liberi”, con sottintesa l’idea di una frontiera. Proverei a rovesciare: la nostra libertà forse sta proprio nelle connessioni: dentro-fuori, passato-futuro. Come parlare d’Europa, d’ambiente, di frontiere: in effetti è ovunque questa la sfida. —
* Coordinatrice comitato scientifico Isgrec
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