Sicurezza
«Ricuciamo gli strappi e rigeneriamo la città»
L’architetto Simone Rusci invita tutti a un confronto sul futuro del capoluogo La sua tesi: «Orientare gli investimenti sulle aree dismesse o sottoutilizzate»
Oltre 51 ettari di vuoti urbani, quasi il 5% della città. Parte da qui l’architetto Simone Rusci che invita ad aprire un dibattito sul futuro urbanistico. «Grosseto – dice - deve trovare una strategia di rigenerazione».
LA RIGENERAZIONE
Che cosa significa rigenerazione? Il libro tenta di definire il concetto dal punto di vista giuridico e tecnico, e la definizione che ne emerge non è solo quella di un recupero edilizio tout court, ma di un processo “evolutivo e dinamico” per il quale un oggetto dismesso, anche in maniera sorprendente, riprende una sua funzione e attiva non solo se stesso ma anche quanto gli sta intorno. «Caso tipico e forse più eclatante è l’intervento sul Guggenheim di Bilbao - dice l’architetto - che, inaugurato nel 1997, riattivò un processo di valorizzazione culturale di tutta la città in maniera sorprendente». Nessuno avrebbe pensato che quell’intervento portasse effetti così eccezionali, eppure fu così. «La rigenerazione funziona nel momento in cui l’oggetto rigenerato diventa un driver dello sviluppo di ciò che gli sta intorno, cosa che lo distingue da un intervento di sostituzione edilizia».
E a livello locale?
A livello locale Grosseto è secondo Rusci una città che ha bisogno di “rigenerarsi” e ridefinirsi un ruolo su scala territoriale e regionale. «La città - dice - nacque e si sviluppò nel periodo post unitario diventando, per una tendenza al decentramento delle strutture amministrative, il centro amministrativo e di servizi di un territorio vasto. Oggi invece c’è una tendenza inversa sia in regione che a livello nazionale, che è quella di riaccentrare fuori dalla città i servizi. Penso all’acquedotto, ai rifiuti, alla sanità: funzioni che furono il carburante di questa città, la quale oggi rischia di tornare ai margini e mettere a repentaglio la propria economia. Questa progressiva dismissione della città ha prodotto tanti vuoti urbani: spazi che hanno perso significato e hanno bisogno di essere rigenerati».
Quali vuoti
Il centro storico rischia di diventare un grande vuoto urbano. «Nel ’900 - dice Rusci - aveva una geografia chiara. Poi, per una tendenza centrifuga che ha portato i servizi fuori, il centro si è spostato verso i margini e le Mura hanno perso significato. Gli uffici della Provincia sono tante scatole vuote. Così il Foro boario, il deposito di artiglieria sottoutilizzato, l’area del Tiro a segno, lo scalo merci. Aree artigianali che faticano a sopravvivere, via Orcagna, Lazzeretti; il diversivo. Da capire le sorti dell’ippodromo».
Aree concorrenti
Altro tema importante, la concorrenzialità delle localizzazione urbane. Le diverse attività della città agiscono in un regime di mercato con una domanda fissa rappresentata dalle attività e un’offerta variabile rappresentata dalle possibili localizzazioni. Aumentare il numero delle possibili localizzazioni significa spostare (e non incrementare) le attività. Le Mura muoiono perché non hanno retto la concorrenza del parco di via Giotto, che ha offerto un’alternativa moderna e comoda. Il centro commerciale naturale del centro storico soffre perché sono nati due centri commerciali in periferia. Se io sposto la biblioteca, che cosa diventa l’area da cui la tolgo? Solitamente si pensa sempre all’area di atterraggio di una funzione, più di rado a quella di decollo che perde di significato e muore. Le attività urbane sono una coperta corta: le tiriamo da una parte, e la togliamo dall’altra».
Nuove aree edificabili
La tesi dell’architetto è quella di fare (tutti) una riflessione strategica e operativa sul ruolo di Grosseto, puntando sulla ricucitura dei tanti vuoti creati (51 ettari) per orientare lì, chirurgicamente, gli investimenti. «Vorrei proporre una riflessione sulle grandi aree di trasformazione fallimentari e non decollate (v. la Serenissima). Non ricadere negli errori recenti, ricucire il ruolo di Grosseto sia all’interno di se stessa, considerando i vuoti urbani, sia a livello regionale. Se il nuovo piano operativo rileva un fabbisogno abitativo – dice Rusci - indirizziamolo verso questi vuoti evitando così di trasformare Grosseto in una “città ciambella” con un enorme buco in mezzo; che non sarà un vuoto naturale, ma un vuoto di degrado». La riflessione è lanciata alla città: aldilà dei momenti di partecipazione istituzionalizzata, l’invito è quello di creare un dibattito “anche acceso e scomodo sulla forma da dare al capoluogo, sulla ridefinizione delle sue funzioni e sul ruolo”. L’appello è lanciato ad architetti, urbanisti, portatori di interesse, imprenditori, artigiani, commercianti, associazioni, cittadini. “Grosseto non abbia paura di trovare una nuova identità. Siamo sempre stati un posto di frontiera: ripartiamo da qua, dalle visioni e dalle idee”.
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